Il centro di aiuto che aumenta i problemi

«Buon fine». È questo il nome del progetto voluto dal Comune, in accordo con il Municipio Bassa Val Bisagno, che prevede la realizzazione di un nuovo centro di aiuto per le «famiglie disagiate della zona» in viale Bracelli, dal civico 154 al 160 rosso. Un disegno che gli abitanti contestano, non per le finalità, ma per le modalità con cui dovrebbe essere realizzato. Sono state raccolte duecento firme per dire stop all'avanzamento della pratica. La questione è stata discussa durante la seduta di ieri del consiglio di Municipio e ha suscitato non poche polemiche. A fare da megafono alle proteste dei bisagnini, presenti in gran numero in sala, è stato il consigliere del Pdl Oriana Cipparoli.
«Lo scorso settembre erano state chieste delucidazioni sul progetto, ma c'era stato risposto che non vi era ancora nulla di certo - ha ricordato il consigliere - ora, grazie al ritrovamento di un documento ufficiale, veniamo a sapere che in realtà la pratica è in avanzamento sin dal 2012. In viale Bracelli sono già presenti le suore Brignoline, con il loro "rifugio", e spesso si verificano problemi con gli stranieri che vengono aiutati». E ancora: «A fronte di questo, era proprio necessario progettare un nuovo centro in una via già messa a dura prova da un flusso costante di persone disagiate? E perché non è stata aperta una tavola rotonda con i cittadini interessati?», ha rincarato Cipparoli.
Il timore degli abitanti è proprio quello che il viale diventi sempre più frequentato da barboni e sbandati che, già ora, raccontano gli stessi cittadini, accrescono il degrado della zona.
«Non abbiamo il paraocchi, sappiamo perfettamente che con la crisi i poveri sono aumentati - ha spiegato un abitante - chi è in difficoltà va aiutato, straniero o italiano che sia. Ma a noi chi ci pensa? Al nostro buon vivere? Dobbiamo confrontarci tutti i giorni con sporcizia, risse e schiamazzi. Con il nuovo centro i problemi aumenteranno e il viale rischia di essere invaso da ancora più sbandati».
La risposta è stata affidata allo stesso presidente Massimo Ferrante. «Sarà un centro di ascolto, non una mensa - ha evidenziato il presidente - non sono previste code per richiedere pasti e vestiti o stazionamenti all'esterno dei locali. Verranno seguite trenta famiglie, non clochard o tossicodipendenti. Inoltre nei locali verranno organizzati corsi per anziani. Fare demagogia spicciola su temi così delicati è molto pericoloso. Si sta facendo molto rumore per nulla».
Un altro tema trattato è stato il costo dei buoni pasto per le mense scolastiche del quartiere. Guerra di numeri fra maggioranza e opposizione per capire se Genova, con i suoi 6.50 euro a pasto, sia la città più cara nell'offrire questo servizio, come spesso denunciato dai media. Tutto il consiglio si è detto comunque disponibile ad approfondire la questione, capendo realmente se si verifichino sprechi e se si possano risparmiare soldi pubblici, senza mettere in discussione la qualità del servizio.