Cesare Viazzi: per «news» con stile unica arma l'ironia

A quasi un mese dalla scomparsa di Cesare Viazzi, uomo di cultura e brillante giornalista, si può tracciare un bilancio più meditato nel senso del cosa ci ha lasciato? A me - ogni discorso di questo tipo è sempre personale - cosa ha lasciato? Pur se l'ho conosciuto solo in pubbliche occasioni, il bravo giornalista e scrittore insegna sempre.
Ripercorro per tappe la sua carriera prestigiosa: in Rai dal 1960, diede vita alla Terza rete e al Tg3. Nel 1982 fu un antesignano con Tg3 Set della fiction (che tanto spazio ha preso in Tv), ricostruendo fatti di cronaca con successivo dibattito in studio. Caporedattore regionale a Roma, Cosenza, Genova, vicedirettore dei Servizi giornalistici Rai, direttore della Sede regionale Rai Liguria. Inviato speciale con servizi su Praga occupata, la Praga di Jan Palach per intenderci dove i sessantottini a costo della vita protestavano contro un'oppressione vera e non contro quella immaginaria dei figli di papà in Francia, Usa, Italia.
Da par suo fu in prima linea in un altro momento drammatico, l'alluvione genovese del '70, tra i soccorritori con altri giornalisti come Pippo Zerbini, che ha impostato tante pagine di questo Giornale ed è ricordato con affetto nelle zone alluvionate: un marmista mi diede come un santino, pregandomi di riportargliela, una foto da lui scattata nei soccorsi.
Non solo, Cesare Viazzi si distinse anche per i suoi servizi culturali su Olimpiadi, eventi cinematografici e teatrali, il suo pane come uomo di cultura, in cui coniugava il suo sapere con l'insegnamento ricevuto nella sua colta famiglia: il nonno, di cui portava il nome, famoso pittore di Pedrosa nell'alessandrino, la moglie Paola Comolli, cugina di Pertini, il presidente più caro agli italiani per umanità, cuore e fedeltà ai principi.
I miei ricordi di Cesare, uomo pubblico? Sono quattro che mi hanno dato un po' la sua misura d'uomo.
Il primo è l'umiltà pur nell'apprezzata professionalità. Ad una conferenza ricordò un «errore» ad uno dei suoi primi servizi, per cui il superiore in Rai lo strigliò. Aveva parlato a lungo dell'angiporto, luogo di testi plautini o del teatro antico, che detto così ora non ha più senso. Mi spiego con un parallelo ripensando ad una critica di un docente di fisica nucleare a Torino, sostenitore della fusione fredda e che da sempre preferisce dettare le interviste a quelle «dementi» delle giornaliste. Mi chiese a bruciapelo: «Via etere, tu hai mai scritto così?». Titubavo in quanto è un mio cugino maggiore e ne sento tuttora soggezione. «Hai visto cos'è scritto alle spalle di Giuliano Ferrara nella trasmissione Radio Londra? È scritto “on air”, perché le onde viaggiano nell'aria e non via etere che non esiste, che è un'invenzione di voi giornalisti».
Secondo ricordo di Cesare che definirei «l'unghiata critica del leone». Questo modo di dire l'ho imparato da un maestro d'arte, lo scultore Edoardo Alfieri. Mi fece osservare come sia scontata la frase «la zampata del leone», mentre basta «l'unghia del leone» ad indicare il particolare che il grande sa individuare. Viazzi presentava un libro di Lucina Bovio (il suo secondo mi par di ricordare in una produzione ora arricchita di tanti fiori all'occhiello): una giovane donna di talento con l'impegnativo cognome del padre Franco, così amato in Genova. Il pubblico presente era attempato, forse un po' prevenuto come accadde la prima volta che fu premiata Dacia Maraini e lo scrittore Giuseppe Berto, stanco dello strapotere culturale di Moravia, intervenne a dire: «Non si premiano le belle ragazze, ma i libri». (Poi anche la Maraini ha continuato, imponendosi da sé).
Nel presentare Lucina, Viazzi non esordì con un «è così brava» o altro di aria fritta, ma con l'unghiata del critico-leone disse: «È una scattista». Fu la ventata d'aria fresca sollevata dagli atleti nello staccarsi dai blocchi, scompigliò sopracciglia inarcate, predispose all'ascolto di ciò che aveva da dire l'avvenente giovane ragazza.
Terzo ricordo: il Premio Giubileo 2000 dell'UCSI Liguria (Unione Stampa Cattolica Italiana, che in Genova prese ali con monsignor Luigi Andrianopoli, il Montanelli in tonaca). Viazzi era nella giuria con Gabriella Airaldi, Arcolao e spiegò - per trasparenza - che il criterio di scelta era stato «geopolitico». Capii che ero stata inclusa tra i premiati perché il mio articolo su San Colombano era uscito sulle pagine culturali del Giorno (e il Premio avendo avuto la sponsorizzazione della Fondazione Carige mi fruttò un assegno di un milione per cui mi ritrovai come il signor Bonaventura «ricca ormai da far paura»). Né mi sentii diminuita dal criterio di scelta: il fatto di essere affiancata sul Giorno a firme illustri è stata per me occasione di apprendimento. Penso a quando sopra il mio articolo sui Beni culturali apriva la pagina sullo stesso tema Guglielmo Zucconi: in poche righe scritte da lui capii il nocciolo di ciò che io stessa avevo scritto e messo insieme con tanta fatica. In quella premiazione mi è sembrato importante il dar conto delle scelte, sottolineato da Viazzi.
Ultimo tratto dai miei ricordi di Cesare: l'ironia, la capacità di sdrammatizzare la tensione. Eravamo in viaggio lungo la tortuosa statale '45 di Valtrebbia per Bobbio con un pullman organizzato dall'UCSI per premiare alla carriera giornalisti che avevano operato sull'Appennino ligure-piacentino. Tra i premiati il cavaliere Ghersi di Levanto che con le sue cronache ha scandagliato il Levante fino a La Spezia. Gianfranco Scognamiglio, di cui una delle più recenti fatiche è stato San Napoleone sulle insorgenze contadine del piacentino contro il Bonaparte. Anche due sacerdoti: don Guido Migliavacca, il più antico direttore di Settimanali cattolici, che in Quando eravamo povera gente ha raccolto articoli sulla sua esperienza di parroco ad Alpe; monsignor Piero Coletto, nipote del Vescovo Zuccarino, premiato - in sintonia con lo Statuto UCSI - in quanto comunicatore, un ruolo svolto per i legami con San Colombano in tutta Europa.
Il pullman era mastodontico, inadatto a percorrere la Val Trebbia dove si dovrebbe proibire il transito di veicoli di tale stazza. Era un sabato affollato di motociclisti che uscendo dalle curve si avventavano contro il vetro panoramico dell'autista, quasi un maxischermo per i passeggeri. A due terzi del viaggio, dopo Ottone, quando la strada s'inerpica con visioni d'orridi mozzafiato e in fondo il nastro luccicante del Trebbia, non ne potevamo più dal terrore (non esagero!). Fu allora che Viazzi se ne uscì con un «come vorrei essere in autostrada e trovare un autogrill». Le risate spezzarono la paura e tempo due o tre minuti - così sembrò, ma sono quasi 30 km. - arrivammo a Bobbio.
A me di Viazzi sono rimaste queste quattro cose: l'umiltà del professionista, l'unghiata critica da leone, la trasparenza d'informazione, l'ironia.
Ripenso ad un tratto privato dell'uomo: la sua bella famiglia con tre figli, affermati nel campo della comunicazione e anche della politica se si pensa al buon fare di Remo Viazzi, consigliere comunale per Forza Italia e Pdl. Una bella famiglia non piove dal cielo, certo un po' di fortuna aiuta ma la si costruisce giorno per giorno. Quando una nipotina ancora piccola mi ha chiesto: «Come farò, nonna, a capire se un ragazzo è buono, quello giusto per me», le ho risposto: «Pensa se lo vorrai come papà dei tuoi bimbi».