La commozione dei genovesi di fronte alle otto bare degli angeli del porto

«Non è possibile. Non è possibile. È una sofferenza per tutti. Devono fare qualcosa perché non accada mai più una tragedia del genere. Sono una nonna. Una mamma. Quando è successo ho pensato ai parenti delle vittime, di quei ragazzi, lavoratori come tanti. Poteva succedere anche a uno della mia famiglia».
La signora Maria Grazia è una dei tremila genovesi che ieri si sono raccolti intorno alle otto bare degli angeli del porto. Il naso all'insù per guardare il funerale in Cattedrale sul maxischermo issato in piazza Matteotti. Intorno tanta gente di mare con gli occhi lucidi per la commozione. Mani giunte o braccia conserte. Poca voglia di parlare, ma tanta di ascoltare le parole dell'arcivescovo Angelo Bagnasco e del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Da una parte la folla, che non ha riempito del tutto la piazza. Molti lavoratori del porto, ex studenti dell'Istituto Nautico: «Uno di loro lo conoscevamo, era sempre gentile con tutti». Poi i bambini aggrappati alle mani delle mamme e dei papà. Dall'altra parte De Ferrari con le unità cinofile, i carabinieri in assetto antisommossa, gli agenti della Digos. Le strade chiuse al traffico. Via Venti Settembre quasi deserta all'ora di punta dell'uscita dagli uffici. In mezzo i vigili urbani e i volontari della Protezione civile a smistare i partecipanti al funerale e all'abbraccio di Genova alle vittime. In lontananza le sirene del porto. Più vicine le campane delle chiese.
Chi non è potuto andare in piazza Matteotti è rimasto incollato alla televisione per partecipare con il cuore alle esequie degli angeli del porto.
«Alla Rai non fanno la diretta dei funerali - si sono lamentati alcuni che ci hanno chiamato in redazione - invece su Sky e Mediaset sì».
In realtà, la diretta della Rai c'è stata sul canale Rainews24, così come su TgCom e su SkyTg24. Le nostre tv locali Primocanale e Telenord hanno trasmesso l'evento con una ricca serie di servizi e di interviste.
«In porto ci lavoro da 30 anni - dice un signore grande e grosso - in questo momento non ho voglia neanche di dirti come mi chiamo perché non ce la faccio più. Dico soltanto che è colpa di chi non vigila sulle condizioni di sicurezza dei lavoratori».