«Così abbiamo liberato i cani dalla prigione di Viguzzolo»

Sono arrivate le prime condanne per il canile di Viguzzolo, quello dove venivano indirizzati i cani di molti comuni della provincia di Genova su indicazione dell'ex presidentessa di Enpa, Rosanna Zanardi, e di una funzionaria della Asl. Un canile che è stato chiuso e al quale sono state ritirate le concessioni. Ma che soprattutto è stato di fatto chiuso grazie all'opera dei volontari, che lo hanno svuotato con una lunga opera di adozioni e di spostamento di animali in altre strutture. E da due di loro, in particolare, sono partite le denunce corredate di fotografi e prove inoppugnabili, che hanno costretto anche le autorità a intervenire.
La prima titolare della struttura alla fine del processo se l'è cavata con 800 euro di multa, il suo ex compagno, gestore del canile, a una condanna a 10 giorni di carcere, che però non sconta in quanto irreperibile. «Non bastano queste condanne per quello che è stato fatto», scuote la testa S. G., la volontaria genovese che fino all'ultimo ha cercato di salvare cani. Non cerca vendette, è solo ancora sotto choc per quanto ha dovuto vedere e affrontare a Viguzzolo. Dopo l'articolo del Giornale vuole raccontare la sua esperienza.
«Abbiamo combattuto contro tutto e tutti - ricorda sconsolata -. Anche molte associazioni animaliste non si muovevano. Solo qualche singolo volontario si è dato da fare. Non parliamo delle istituzioni. Abbiamo scattato foto di nascosto per cercare di dimostrare i maltrattamenti. Un po' ci ha aiutato la Forestale, ma spesso è anche difficile far comprendere quello che accadeva». Ripercorre le immagini. Sfoglia le foto. Rivede le gabbie sporche, le condizioni igieniche carenti. Poi racconta quello che un obiettivo non può immortalare. «Ai cani veniva dato poco da bere, bestie che dovevano mangiare anche due volte al giorno come gli alani ricevevano quattro pasti alla settimana. Gli animali non uscivano per le passeggiate, non venivano curati», ricorda S.G.
Le fotografie sono comunque un pugno nello stomaco. Mostrano anche animali morti, conservati nelle celle frigorifere. «Spesso passava molto tempo prima che dichiarassero il decesso dell'animale, per continuare a prendere i contributi dai sindaci - accusa la volontaria -. Ricordo poi la storia di Nutella, una cagnetta fulva. Quando hanno controllato il suo microchip risultava un maschio nero. Il proprietario del canile ha detto che era nata lì. Oppure ricordo Rinti, un pastore tedesco che non aveva microchip nonostante fosse ufficialmente sequestrato. Da un intervento fatto presso una struttura di Né dovevano essere stati portati a Viguzzolo due alani blu, non ce n'era neppure uno. In teoria ci sarebbero dovuti essere anche due San Bernardo, ce n'era solo uno».
L'impegno delle volontarie non è stato limitato alla denuncia, che peraltro incontrava sempre notevoli difficoltà. L'obiettivo primario era quello di salvare i cani e per questo cercavano in ogni modo di togliere gli animali dalla struttura del basso Piemonte. «Cercavamo di convincere i sindaci della provincia di Genova a firmare le lettere per disporre il trasferimento in altri canili. Oppure organizzavamo le adozioni, grazie anche all'aiuto di altre persone, perché non potevamo prendere tutti i cani in due. Uno dopo l'altro, però siamo riuscite a toglierli tutti. Purtroppo erano talmente malridotti che molti sono morti comunque».
Anche questa è stata una vera battaglia. «Una volta sono riuscita a organizzare l'adozione di un cane - racconta un'altra volontaria che ha lavorato a Viguzzolo -. Il titolare del canile ha fatto in modo di rinviare e di tenere lontano l'animale che poi è stato soppresso. Forse per un dispetto. Quello che è giusto far sapere è come intorno ai cani girino spesso molte persone che non hanno a cuore le sorti degli animali ma guardano solo ai loro interessi». Di cattiverie vere e proprie ne potrebbe raccontare a decine la stessa S.G.: «A Viguzzolo tutto è cambiato quando la proprietaria si è lasciata con il compagno. E quest'uomo ha iniziato a gestire la struttura. Ha sempre puntato al risparmio, teneva solo due sacchi di crocchette nel magazzino per farle vedere quando venivano gli ispettori della Asl, ma non li dava mai in pasto ai cani - racconta -. Io e altre volontarie portavamo tonnellate di pasta con crocchette pagate con nostri soldi per non far morire di fame gli animali. Ricordo anche quando, in pieno inverno, quell'uomo spargeva acqua gelata sulle cucce».
Racconti raccapriccianti, tutte raccolti in fascicoli, denunce, dossier comprendenti anche immagini crude. In una foto si vede anche la situazione di una cuccia completamente insanguinata perché il cane si mordeva la coda e nessuno lo fermava. Molto materiale è finito anche su internet. I primi processi stanno arrivando a conclusione. La condanna più importante resta la diffusione della verità, per dimostrare come troppi sedicenti «animalisti» siano in realtà solo persone che vogliono lucrare sui cani.