Le cose perdute patrimonio di tutti

(...) Ci stiamo lavorando con un editore serio e, come per tutte le più belle sorprese, non voglio assolutamente svelarvi nulla di più per lasciarvi il piacere di gustarvelo quando sarà pronto. Ma, in attesa di questo gioiellino, qualcuno si è organizzato da solo. L'altra mattina, quando il postino ha suonato alla nostra porta, c'era una busta con un volumetto scritto proprio da un nostro lettore, Franco Cappelli. E, fin qui, non è un evento straordinario: succede spessissimo che molti di voi ci scrivano per farci leggere le proprie produzioni letterarie e confrontarsi con noi. Così, quando ho preso in mano il «romanzo» di Cappelli, Da ragazzi in via del Mulino...e a Santa Maria Villa Castelli, al di là dell'obiettiva stranezza del titolo, ho pensato di trovarmi di fronte a questo classico caso.
Ma già dalla dedica, ho scoperto un'altra storia. Cioè il libro è un omaggio a me, ma attraverso me a tutti i nostri cari amici e lettori che hanno partecipato o anche solo semplicemente letto «Le cose perdute» e che sono, come me, «sensibili e nostalgici» verso le cose perdute. Insomma, nella dedica Cappelli spiegava che erano le nostre pagine ad avergli ispirato le sue storie. E anche il biglietto da visita del libro - stampato in proprio, ma con una veste grafica e anche fotografica degna di un grande editore - era una bellissima sorpresa, visto che si tratta di un lettore che abita fra Montecatini Terme e Forte dei Marmi, quindi un membro della nostra famiglia allargata da quando la nostra edizione supera anche i classici confini di Liguria, Basso Piemonte e Lunigiana, nostro bacino storico.
Di sorpresa in sorpresa, sono arrivato alla pagina della «premessa» dove l'autore spiega - non solo all'intestatario della dedica, ma anche al resto del mondo - che il testo è conseguente all'idea e alla fortunata iniziativa del ricordo delle cose perdute. E, soprattutto, alla postfazione, con parole dolcissime: «Caro lettore, permettimi una finale e personale riflessione, un paradigma quasi elegiaco dei ricordi. Un popolo o una singola persona che non ama o non apprezza il suo passato, comunque sia, con le sue note positive o negative, non merita il presente, che ne è la conseguenza e l'evoluzione. Historia magistra vitae, così dicevano pure i latini».
In mezzo a tutto questo, fra la genesi del libro e il valore lasciato nell'ultima pagina, ci sono bellissimi racconti sulla vita del nostro lettore a Certaldo. E sono racconti, da quelli infantili a quelli di guerra, contrappuntati da fotografie del color seppia più bello e coinvolgente. Tanto che Cappelli usa i cinque sensi per risvegliare i ricordi suoi e dei lettori. L'effetto è straordinario. Pensate, ad esempio, a questa frase, usata anche per la retrocopertina: «...quel rumore caratteristico che facevano le ruote ferrate di quel mezzo sulla strada sterrata e ghiaiosa, uno stridolio che si confondeva col rumore degli zoccoli del cavallo». E pare di sentire il rumore, ma anche di respirare la polvere della strada sterrata e di toccare con mano gli zoccoli.
Ecco, tutto il libro è così. Con passaggi esilaranti come la foto della prima comunione del protagonista, con un vestito - con cravatta, scarpe e calzini corti bianchi, fiocco bianco sulla manica e via di questo passo - che oggi finirebbe dritto dritto in una denuncia per il Telefono Azzurro, ma che in quelle pagine è più trendy dell'ultima collezione di Pitti Bimbo. E poi i racconti dell'infanzia, degli amici, dei parenti, del paese, dei giochi, degli oggetti. Con alcune chicche come la pubblicità del pastificio di Certaldo «Impero», la «gran marca speciale glutinata del primo pastificio a lavorazione combinata». E poi, altri brani dolcissimi, come quelli sui genitori.
Dal libro di Cappelli - come da tutte le cose perdute - fondamentalmente, veniamo tutti fuori migliori, più belli, più puliti, più dolci. Magari, è solo perché ricordandoci gli anni di quando eravamo più giovani, ci vediamo tutti meglio di come siamo oggi, proprio in virtù della nostra forza e della nostra gioventù. O, magari, lo eravamo davvero migliori. O, certamente, lo era il mondo accanto a noi. E sapete qual è la cosa più bella? Che questa sensazione bellissima e liberatoria che si sprigiona leggendo le cose perdute e lavori come quello del nostro lettore, è contagiosa. E, se vale ovviamente per chi ha vissuto allora e ci si ritrova in pieno, vale anche per chi non c'era e ha vissuto quelle storie solo di riflesso, con i racconti dei suoi genitori o dei suoi nonni.
Lo posso testimoniare anche personalmente. Tante delle cose raccontate - io che, pure, inizio ad avere un'età da «mie» personali cose perdute - non le ho vissute direttamente. Su quelle più antiche, come una gigliolacinquetti del giornalismo, non avevo l'età. Ma, ritrovandole nei vostri racconti, mi pare di esserci dentro, di viverle come se il protagonista fossi io. Ed è l'ennesimo, straordinario, valore aggiunto di questa storia.