Due giorni per varare una legge che non vale niente

(...) le espulsioni degli irregolari delinquenti, la Regione Liguria non si limita a esprimere generico dissenso, ma mette in conto un paio di giorni di dibattito, votazioni e polemiche per far approvare - l’ultimo atto, l’altro pomeriggio - una legge ad hoc che stabilisce: «Qui da noi, Cpt-Cie mai. Si esprime dunque manifesta indisponibilità». Firmato: centrosinistra, versione allargata a Rifondazione comunista. Peccato che tutta questa solennità istituzionale e politica sia mal riposta. Per dirla tutta: non serve a un fico secco, il voto è completamente inutile, la legge regionale è aria fritta, in quanto la Regione Liguria, come tutte le altre Regioni italiane, proprio ai sensi di quella Carta costituzionale che viene evocata a sproposito dai progressisti di lotta e di governo, non ha voce in capitolo.
La normativa vigente, infatti, a livello nazionale stabilisce semplicemente che l’argomento «non è di competenza regionale». Ha avuto un bel da fare in questi giorni Gianni Plinio, capogruppo di An, nel tentativo di spiegarlo al colto e all’inclita, soprattutto all’inclita, ben rappresentato fra i suoi colleghi consiglieri. Plinio, poi, ha trovato fervida assistenza nel «gemello del gol» Matteo Rosso, Forza Italia: anche Rosso si è sgolato per ore, sottraendosi doverosamente alle cure paterne e ai vagiti del terzo pargolo neonato. Tutto inutile. Né è servita a illuminare le coscienze l’atteggiamento risoluto di Roberta Gasco, Gruppo misto, che ha seguito disciplinatamente tutti gli interventi in aula, non ha partecipato al rito del voto sui vari ordini del giorno «per palese inutilità», ma ha fatto parte dei dieci «no» nella votazione finale (contro i 19 favorevoli). Niente da fare anche per lei! La proposta di legge «Norme per l’accoglienza e l’integrazione sociale delle cittadine e dei cittadini stranieri immigrati», portata avanti da Marco Nesci, Lorenzo Casté e Giacomo Conti e sposata dai sodali della maggioranza facendo spallucce alla normativa nazionale, ha proseguito il suo corso fino all’epilogo, pur contrassegnata da sbadigli, assenze dall’aula, scampanellii ripetuti del presidente dell’assemblea Mino Ronzitti, frizzi, lazzi e sfottò.
È anche per questo che Alessio Saso (An) parla di «dibattito surreale, in cui questa maggioranza è arrivata a sconfessare i suoi stessi referenti nazionali e ha perso persino il senso del ridicolo». Per non dire ancora di Rosso che censura «una maratona in consiglio per dibattere, senza un minimo di buon senso, su una legge che è solo un’enunciazione di principio», mentre restano fuori dall’aula problemi fondamentali. Ma non finisce qui, promette l’opposizione: «Trasmetterò gli atti al ministro dell’Interno - promette Plinio - affinché il governo li impugni presso la Corte costituzionale». Anche se, sotto sotto (ma neanche tanto) il centrodestra che ha condotto una strenua battaglia contro la legge ora gongola a pensare allo «spappolamento politico della maggioranza, visto fra l’altro che hanno scansato il voto gli esponenti dell’Udc e di Italia dei valori, oltre a Broglia e allo stesso presidente Burlando. Il tutto, nell’assoluto mutismo del capogruppo del Pd Boffa». Che da buon matematico, di fronte a certi numeri è rimasto senza parole.