Il film anni '70 che racconta Genova e la sua vista sul porto

In «Genova a mano armata», produzione a basso costo del 1976 diretta da Mario Lanfranchi, si ritrovano sicuramente tutte le caratteristiche tipiche del poliziesco all'italiana: la violenza dilagante che domina la città, l'impotenza che affligge le indagini poliziesche ordinarie, la proposta di una giustizia alternativa come unico modo efficiente di contrastare questa situazione. Il film mostra un ambiente urbano denso di intrighi e violenza, di fronte ai quali le forze dell'ordine risultano inefficaci. Un ex-poliziotto italo-americano (Tony Lo Blanco) esercita la propria professione di investigatore privato; viene ingaggiato dalla figlia di un grande armatore per indagare sul sequestro del padre, perciò entra in diretto contatto con i metodi barbari della malavita genovese.
A differenza però dei classici già discussi «La polizia incrimina la legge assolve» e «Il cittadino si ribella» diretti da Enzo Castellari, i costanti riferimenti sessuali e il potere schiacciante del sangue sul distintivo non vengono più solo evidenziati, piuttosto risultano esasperati. Si toccano i limiti della volgarità fine a se stessa e l'accentuato machismo con cui vengono caratterizzati i personaggi a tratti infastidisce. Tuttavia, il target a cui fu destinata l'opera insieme al budget scarso che gli fu dedicato possono aiutare a incanalare questi apparentemente invalicabili difetti sotto un'unica principale finalità stilistica che restituisca fruibilità al prodotto: l'ironia e l'auto-ironia. Perciò, venendo definitivamente abbandonate le finalità politico-sociali già fin troppo abbozzate nei grandi classici del genere, lo spettatore può apprezzare questa pellicola solamente se ne accetta l'intento di pura spettacolarizzazione dello scontro tra legge e malavita, peraltro già evidente dalle prime scene. L'ironia e le scene d'azione sono dunque i punti forti di un opera che purtroppo risente di grandi problemi tecnici che minano il potenziale interesse nei confronti della peculiarità del genere; soprattutto la fase di montaggio appare sconclusionata e poco curata, tanto da escludere involontariamente in certe scene anche un minimo grado di linearità cronologica. Questo problema è simbolo dell'esasperazione stilistica che grava su questo film e rappresenta l'accentuazione di una caratteristica chiave dei film di Castellari già esaminati precedentemente: la subordinazione della trama rispetto ai temi prioritari del genere, che in questo caso raggiunge quasi l'assenza di precisi perni narrativi e particolari intrecci.
All'interno di una produzione non eccezionalmente rilevante dal punto di vista artistico, è possibile notare comunque due aspetti degni di interesse per quanto riguarda il rapporto tra la nostra città e le opere cinematografiche che ha ospitato. In primo luogo, il film si apre con una sequenza introduttiva degna di nota. Dopo un inseguimento automobilistico in sopraelevata e in zona Porto Antico, l'attenzione si concentra sull'ingresso del protagonista nel centro storico di Genova: il movimento delle riprese a spalla mette in risalto la frenesia e il dinamismo della multiculturalità, i punti macchina decisamente più bassi della media riempiono le inquadratura di folla in agitazione, alcuni dettagli particolari evidenziano peculiarità e differenziazione nei negozi. Per questi motivi la prima impressione è quella di essere entrati in una casba araba piuttosto che nei vicoli genovesi. Purtroppo lentamente durante la pellicola la descrizione di Genova perde spazio, a favore di una prevalenza di riprese interne anche in maestosi palazzi antichi.
Un altro punto di collegamento fra quest'opera e la storia della nostra città si riscontra durante un dialogo su un terrazzo con vista sul porto. La figlia dell'imprenditore sequestrato dialoga con l'investigatore dicendo «Guardi tutte quelle navi ferme. È la fine di un'epoca». È evidente il riferimento storico alla crisi del settore navale e industriale che colpì Genova a inizio anni '70. Ma oltre a questa connessione con fatti realmente accaduti, si può notare anche una svolta stilistica inusuale nell'utilizzo del famoso porto a cui da sempre la Superba è accostata. La portualità di Genova, come abbiamo riscontrato in tutti i film finora discussi, solitamente influenza i prodotti audiovisivi apportando operosità e vivacità alla realtà urbana nella quale sono immersi; in questo caso, invece, il porto è sempre rappresentato in maniera statica e spenta. L'assenza di lavoratori al suo interno, l'ancora sempre abbassata della navi, la pesantezza dei container opachi sembrano ispirare immutabilità piuttosto che dinamismo. Tale scelta è probabilmente legata all'esasperazione della cupezza tipica di storie di questo genere, anche se va sottolineata una buona capacità di mettere in relazione l'ambiente che si ricerca con la storia della location selezionata.