L’inglese che spiegò agli inglesi il «mister» e agli italiani il calcio

(...) come lo definisce nel suo libro biografico, lo scrittore Paul Edgerton.
Le date sembrerebbero non coincidere con una simile definizione. Il calcio in Italia coincide per tutti con la nascita del Genoa cfc, fondato il 7 settembre 1893. E allora come avrebbe potuto un ragazzetto di dieci anni, figlio di un povero falegname di Hazel Grove, essere il padre del calcio italiano? Semplicemente Edgerton sposta la «vera» nascita del calcio italiano, inteso come sport professionistico, come un qualcosa in più di un semplice gioco, con l’arrivo in Italia dell’ex ala destra dell’Arsenal e del Blackburn. Arrivo a Genova e al Genoa, naturalmente, datato 1912. In quegli anni, neppure in Inghilterra esisteva la figura del «mister». Nell’accurata biografia edita da Castelvecchi, si legge infatti che per i calciatori a fine carriera «cercare lavoro come allenatore non era un’opzione praticabile. Il ruolo non era considerato praticamente importante, era visto piuttosto come un impegno da portare avanti non a tempo pieno, abbinandolo a compiti di segreteria». Un concetto sovvertito proprio da Garbutt che nel 1919, nel corso del suo secondo ciclo da allenatore del Genoa, scriverà al settimanale sportivo inglese «Athletic News» per suggerire proprio una nuova visione del ruolo: «Non credo che ci siano molti giovani calciatori professionisti, ma anche più anziani se è per questo, che non accetterebbero di buon grado un allenatore invece di un semplice preparatore atletico. L’opinione comune riguardo ai trainer era, ed è ritengo, che il loro lavoro consistesse nel tenere i giocatori in forma». Nessuna idea tattica, nessun suggerimento tecnico, insomma.
Quel ruolo venne ricoperto per la prima volta da Garbutt, nel 1912, quando il Genoa lo convinse ad accettare l’incarico che per la Football Association «era qualcosa di sconosciuto». Sul come la squadra rossoblù arrivò a Garbutt restano aperte diverse ipotesi tra cui quella suggestiva ma forse poco convincente secondo cui Vittorio Pozzo, l’artefice dei successi italiani nella Coppa del Mondo del 1936 e 1938, l’avrebbe visto all’opera come calciatore e, avendo assistito alla partita che ne decretò la fine della carriera per un grave incidente, lo avrebbe suggerito al Genoa. Al di là del motivo per il quale Garbutt arrivò in Italia, resta il fatto che l’ex ala destra, all’epoca appena ventinovenne cambiò il modo di praticare il calcio. I suoi metodi di allenamento, con preparazioni specifiche e con l’uso di sagome e ostacoli sul campo, rafforzano la definizione di «padre del calcio italiano» suggerita dall’autore della biografia.
Anche perché «mister Pipetta», così verrà soprannominato Garbutt dai tifosi rossoblù, nelle sue tre avventure al Genoa, ricoprì di fatto anche quel ruolo che oggi sembra invece essere stato inventato da Alex Ferguson al Manchester City. Il «mister» venuto dalla terra d’Albione non vanta solo i tre scudetti forse più importanti della storia genoana, ma al suo attivo restano soprattutto i ricordi di tanti campioni scovati, lanciati, creati. Tra questi anche il «figlio di Dio», Renzo De Vecchi, strappato al Milan proprio per l’insistenza di Garbutt. O quell’Ottavio Barbieri che vestì il rossoblù (e solo il rossoblù) per 299 volte nella sua carriera da professionista. Al proposito val la pena lasciar descrivere a Paul Edgerton come andò la «scoperta» di Barbieri. Il 20 aprile 1919 era in programma un’amichevole tra il Genoa e una squadra di professionisti inglesi. Ecco come andò: «Oltre ad essere avveduto tatticamente, Garbutt aveva occhio per i talenti e fu durante la partita che precedeva quella del Genoa che notò un giovane centrocampista. Dal momento che gli mancava un uomo, Garbutt andò negli spogliatoi alla fine della gara e chiese al giovanotto se voleva giocare col Genoa. Rendendosi conto che un’opportunità da sogno come quella non gli sarebbe più capitata, Barbieri colse al volo l’occasione e giocò per altri novanta minuti, dando all’allenatore del Genoa un’impressione tanto buona che fu ingaggiato dal club».
Storie che sanno di leggenda nonostante siano tutte vere fino all’ultimo particolare. Come quella dell’ingaggio di un altro mito, scovato nel corso delle qualificazioni regionali del campionato. «Durante la partita contro la Spes Immacolata, l’allenatore del Genoa prese nota mentalmente del portiere avversario, Giovanni De Prà - scrive Edgerton -. Si potrebbe insinuare che con quel ciuffo di capelli scuri ammassati sulla testa fosse difficile non notarlo. Garbutt si assicurò che De Prà firmasse un contratto con la sua squadra alla fine della stagione e un’altra leggenda era nata».
Solo un anno prima Garbutt era stato protagonista di un’altra autentica primizia per il calcio italiano. Non fu un episodio positivo, ma anche in questo caso fu destinato a fare «storia»: Nel 1920 il Genoa subì ogni tipo di ingiustizia ad opera di un arbitro che fece l’impossibile per favorire la vittoria della Juventus. La cronaca è imparziale e firmata ancora una volta dal ricercatore inglese che ha ricostruito così la sfida: «Nella partita contro la Juventus, sul campo neutro di Milano, Santamaria portò subito il Genoa in vantaggio. Una serie di discutibili decisioni dell’arbitro Varisco cambiarono l’inerzia della gara e senza dubbio la destinazione del titolo. La prima di queste riguardava la concessione da parte di Varisco di un calcio di rigore piuttosto dubbio a favore della Juventus alla mezz’ora. Soltanto pochi minuti più tardi, Varisco scatenò di nuovo la reazione di Garbutt e dei suoi giocatori concedendo un goal alla Juventus e ignorando le proteste dei genoani per un’evidente posizione di fuorigioco. Era tale la sensazione di ingiustizia provata dai giocatori di Garbutt che due di loro furono espulsi per le prolungate proteste. In quella gara si verificò l’unica espulsione in carriera di un uomo che era universalmente riconosciuto come il perfetto professionista e “gentleman”: il capitano Renzo De Vecchi. Anche il compagno di squadra Della Casa fu espulso e Traversò abbandonò il campo volontariamente. Il Genoa continuò a giocare con soli otto uomini. Nonostante i coraggiosi tentativi di quegli otto, fu sconfitto di misura per 3-2. La partita comunque sarebbe passata alla storia come uno di quei tanti incontri decisi dal capriccio dell’arbitro o da manovre politiche nascoste».
Per Garbutt non fu certo quello l’unico torto subito dall’alto. Era ancora lui il «mister» del Grifone che venne scippato del decimo scudetto dal Bologna del gerarca fascista Leandro Arpinati, soprannominato «il secondo Duce del fascismo». Il libro di Edgerton ricostruisce la farsa della finale sospesa a Bologna per un’invasione di squadristi che pretese l’assegnazione di un gol inesistente e le partite successive. Compreso lo spareggio di Torino che portò alla sparatoria in stazione, quando da «un treno carico di sostenitori bolognesi furono sparati alcuni colpi di pistola che ferirono due tifosi genoani». Fatti riportati correttamente dallo storico inglese, che fanno anche giustizia di un goffo ribaltamento della realtà recentemente tentato sul «Venerdì di Repubblica» da Curzio Maltese, secondo il quale sarebbero stati i genoani a sparare, con ciò dimostrandosi degni progenitori degli attuali ultrà che fermarono la partita con il Siena.
Garbutt, che oltre al Genoa allenò anche la Roma, il Napoli e l’Atletico Bilbao, e ricoprì un ruolo di primo piano nello staff di Vittorio Pozzo per la nazionale azzurra, visse in Italia anche i periodi storici più travagliati e in particolare gli anni del fascismo. «Il punto di vista di Garbutt sulla situazione politica che lo circondava rimane ignoto», scrive oggi Edgerton, non escludendo peraltro che la sua posizione sociale lo portasse a simpatizzare più con la destra che con la sinistra. Di certo c’è che il suo Genoa il 22 luglio 1923, batté in finale anche nella gara di ritorno la Lazio a Roma, conquistando il suo ottavo scudetto. «Prima della vittoria - racconta Edgerton - Garbutt e i suoi giocatori erano stati ricevuti in udienza da papa Pio XI e da Mussolini».
Tra i primati non certo gradevoli da vantare, anche quello dell’esonero, o meglio delle dimissioni da allenatore, arrivate dopo sette partite con un solo punto conquistato. Con i tifosi sotto choc, «Garbutt si ritirò a casa per riflettere (...) Nel corso di un incontro carico di emozione, informò i dirigenti del club che dava le dimissioni con effetto immediato». Era la fine della sua carriera da allenatore. Non di quella di mito del Genoa e del calcio italiano. Il Genoa che restò imbattuto per 30 mesi fu soprattutto il Genoa di «mister Pipetta» Garbutt, il «padre del calcio italiano». Colui che Tom Edgerton, il figlio dell’autore presente a molte delle ricerche compiute per la redazione della biografia, suggerì al padre di definire «una leggenda». Una leggenda vera e semplice, come quella villetta a schiera in Priory Road, a Warwick, dove William Garbutt morì a 81 anni, senza concedersi i lussi cui quel calcio «suo figlio» abituerà invece atleti e allenatori di oggi. In Inghilterra la sua scomparsa non venne annunciata neppure da un necrologio. In Italia e a Genova, dove vennero anche organizzate partite amichevoli per raccogliere fondi e pagargli le costose cure che non poteva permettersi, fu uno choc.