L’Opera Giocosa riapre anche senza orchestra

(...) Laura, in Donne in guerra, è qualcosa in più che attrice e regista. Laura è l’anima di questo spettacolo. Capace di essere contemporaneamente bigliettaia per gli spettatori-passeggeri e tecnico delle luci, illuminando le attrici nello straordinario quadro allestito nel bosco a fianco della stazione di Sardorella.
Già, le attrici. Bravissime, tutte. Fiammetta Bellone, Sara Cianfriglia, Elena Dragonetti, Barbara Moselli, Irene Serini e Raffaella Tagliabue recitano e cantano in quel bosco come se fossero personaggi di un dipinto di Caravaggio o della scuola fiamminga. Capaci di emanare emozioni e pathos, di commuovere e di commuoversi. Fino al Non dimenticar le mie parole finale che porta ai fazzoletti anche i cuori più duri.
E poi, per l’appunto, Laura Sicignano, con il suo giubbotto da militare alleato (esilarante il passaggio sul significato della parola «alleato»), come un personaggio ulteriore, che pulsa e pensa sulle stesse lunghezze d’onda delle sue attrici. E proprio quello che riesce a trarre dalle sue sei donne, una forza sensuale e selvaggia persino nei personaggi più dolci, è il valore aggiunto della regia. Fascino allo stato puro.
Attenti, non esagero. Per uno spettacolo simile il passaparola è un dovere civile, un imperativo categorico. Perchè Donne in guerra, al di là dei premi vinti e soprattutto del premio Ubu come miglior nuovo testo italiano, è uno spettacolo che emoziona e prende il cuore. E la circostanza che sia recitato in gran parte sul trenino di Casella - costringendo le attrici a notevoli sforzi vocali e a ripetere la parte ogni volta che cambiano carrozza e la bellezza ulteriore di interagire con il pubblico - è solo un altro valore aggiunto, l’ennesimo.
E, credetemi, non è mica poco. Perchè, fra l’altro, il locomotore, la vettura passeggeri e la carrozza ristorante in stile belle époque non sono quelle usate tutti i giorni per il trasporto passeggeri dalla stazione di Manin a Casella, ma quelle storiche in legno.
Eppure, dicevo, la scelta di queste carrozze - e va applaudita per averci creduto Anna Maria Dagnino, allora assessore provinciale ai Trasporti e ora ottima scelta di Doria per il Comune - è solo l’ennesimo elemento di fascino di questo spettacolo. Ma il resto lo fanno regia, interpretazione e testo: la storia di sei donne, mogli, operaie, levatrici, staffette partigiane, ragazze qualunque un po’ svanite e ausiliarie della Repubblica Sociale che raccontano la propria storia. Ma, soprattutto, con una forza di umanità che accomuna tutti, vincitori e vinti, raccontano la follia e la crudeltà della guerra. Senza la pretesa di dare la lezioncina sui buoni e i cattivi. Ma raccontando semplicemente le donne e la follia della guerra. In cui perdono tutte.
Fra l’altro, anche l’ambientazione non è casuale. Laura Sicignano è un topo di biblioteca e le sue storie partono da testimonianze scritte oltre che dalla tradizione orale che si tramanda di generazione in generazione, come un racconto omerico, sopra Voltri. E la scelta del trenino di Casella è dovuta al fatto che il momento di maggior successo della linea ferroviaria è stato proprio durante la seconda guerra mondiale, quando i suoi convogli erano presi d’assalto da chi lavorava in città e tornava ogni sera verso l’entroterra per raggiungere le famiglie sfollate.
Detto tutto questo, detto che ci troviamo di fronte a uno spettacolo da non perdere, ecco anche tutte le coordinate: si parte alle 20,15 puntuali dal binario della stazione di piazza Manin e si arriva dopo venticinque chilometri, quasi tre ore e più emozioni. Si va in scena (e in viaggio) ancora oggi, domani e domenica (biglietti interi, comprensivi del viaggio 28 euro, ridotti 26) ed è obbligatorio prenotare dalle 14 alle 20 al teatro Cargo: 010/694240; 010/694029; 340/0975765.
Ultima istruzione per l’uso. Fra i crediti dello spettacolo, oltre naturalmente all’Amt che fornisce la materia prima, il treno, fra gli altri, c’è la Fondazione Edoardo Garrone. Che, anche in questa occasione, dimostra che Duccio e il suo direttore generale Paolo Corradi, quando si occupano di cultura, se non ci fossero occorrerebbe inventarli. Perchè hanno saputo scegliere, una volta di più, uno spettacolo straordinario e non convenzionale.
Insomma, il simbolo con il logo del dado Feg è una specie di garanzia di qualità, come lo è stato in questi giorni il ciclo organizzato con la Fondazione per la Cultura di Palazzo Ducale di Luca Borzani, Viaggiar per storie. Un ciclo che ha avuto anch’esso il suo valore aggiunto, che è stata la capacità di non fermarsi ai semplici incontri, ma di allargarsi anche all’esterno, fornendo una sorta di bibliografia naturale e turistica come supporto ai racconti, ad esempio aiutando a conoscere parti di Genova legate al viaggio spesso dimenticate e offrendo nelle biblioteche civiche libri sul viaggio dedicati agli argomenti trattati nel corso delle conferenze: il viaggio nel Medioevo, Genova che scopre Londra, Ellis Island e le migrazioni, l’America degli anni Cinquanta e la navigazione spaziale di Franco Malerba (stasera, peraltro). Fino alla prossima festa finale al Castello D’Albertis con letture di testi di viaggio e cucine e cibi di tutto il mondo.
Insomma, si può evitare l’immobilismo anche rispetto al solito schema del conferenziere che parla e degli altri che ascoltano. Chiudendo gli occhi e sognando che Genova torni a viaggiare. Anche sul trenino di Casella.