L’Udc come la «bella di Torriglia»

Leggo da qualche giorno che è in atto una polemica fra Michele Scandroglio e Rosario Monteleone a proposito della natura più che ambigua della politica dell'Udc. Scandroglio ha precisato (vocabolario alla mano) il significato del termine «equidistante» per segnalare che in Consiglio Regionale l'Udc appunto è del tutto «squilibrata» a sinistra. Peraltro il deputato del Pdl aveva già fatto esplicito riferimento all'espressione (del tutto andreottiana) dei «due forni», dando involontariamente inaudito onore all'ambivalente pattuglia in questione. Complimenti a Scandroglio la cui posizione critica è necessaria, in generale, ma altresì opportuna in un momento in cui la maggioranza regionale (di cui l'Udc fa parte cospicua e robusta, con la visibilità di Monteleone vicepresidente) si appresta a fare ostinata opposizione onde vietare nella nostra regione la locazione di un Centro di Permanenza Temporanea (nell'area dello spezzino). Sfugge sempre di più il significato di questo tipo di politica da parte dell'Udc, salvo il ricondurlo ad una specifica forma di sopravvivenza del gruppo dirigente romano, il quale appare fermissimo nelle sue scelte soltanto quando si tratta di allinearsi con le posizioni della Chiesa Cattolica. D'altra parte anche in queste circostanze (vedi il caso di Eluana Englaro) è stato molto più tempestivo il centrodestra (grazie alla repentina decisione di Berlusconi e del Consiglio dei Ministri). L'Udc si è soltanto accodata. Ne deriva che la politica di questo partito tanto a Roma quanto nella nostra regione serve soltanto ad esibire un potere ricattatorio legato a pochi numeri (quelli del gruppetto degli eletti) per determinare una maggioranza. Così è nella nostra regione (a Roma l'Udc è fortunatamente all'opposizione). Ai tempi della nascita del parlamento contemporaneo si parlava di «palude» alludendo al centro «pendolare» che a seconda delle circostanze si spostava a destra o a sinistra, dando prova di un opportunismo esemplare che non sempre riusciva a giovare ad esso nei termini sperati. Tempi agitati quelli ben più dei nostri. Oggi questo atteggiamento sembra più ispirarsi ad una posizione che potremmo definire «parassitaria» nel senso che l'Udc partecipa soltanto alle scelte degli altri non assumendosene la responsabilità fino in fondo perché non appare mai individuabile in un fronte preciso e va dove le conviene dando prova di un prudentissimo spirito mercenario (in quanto le sue scelte sono dettate solamente dall'utilità). È vero che essa vanta un respiro ideale cattolico ma come è noto, nella nostra penisola, la Chiesa gioca, per così dire, su tutti i tavoli, e bacchetta tutti in relazione alle proprie convinzioni di fondo. Tolta dunque l'esclusività del significato ideale alla propria tattica e alla propria strategia politica, resta sullo sfondo l'utilità dei sopravviventi che si credono (beati loro!) più furbi degli altri. Ma lo sono davvero? Dubito che la popolazione ligure (per lo meno quella che di buon senso ne ha davvero) perdonerà all'Udc (non tanto la vita sgarzolina e le corna distribuite a destra e a manca) quanto l'esser venuta meno ad un imperativo civile di difesa dei liguri in un momento in cui lo stesso Governo rumeno (attraverso il suo ministero degli affari interni) ammette candidamente che il 40% della propria delinquenza militante ha lasciato il paese per trasferirsi in Italia. La fuga di massa cominciò durante gli infelici tempi del governo di centro sinistra del prof. Prodi (e degli altri). Ora che è venuto il tempo (dopo ripetuti e luttuosi fatti di cronaca) di azzerare questo ignobile fenomeno, che fa l'Udc? È pensosa? È incerta? Tarda a decidersi? Si colloca nella posizione della «bella di Torriglia»? Fa l'amore con il centrosinistra?
*docente del Liceo D’Oria