Laura Curino fa «Scintille» sul palcoscenico

Quando si è belli e fortunati si dice che si è baciati dal sole, ed è proprio quello che accade a Borgio Verezzi, uno tra i posti più incantevoli e affascinanti della Liguria, dove sabato scorso mentre sul cielo di Genova si addensavano nuvoloni minacciosi, splendeva di un sole caldo durato fino al tramonto che colorava di rosa e arancio i muri delle vecchie case medioevali. Nessun'ombra dunque sullo spettacolo serale del 46esimo Festival Teatrale, la prima nazionale tanto attesa di Laura Sicignano, «Scintille» con Laura Curino.
Uno spettacolo dal sapore di teatro civile che racconta la tragica morte di 146 operaie per un incendio scoppiato all'interno della fabbrica newyorkese Triangle Waistshirt Company, sabato 25 marzo 1911. Laura Sicignano non cura solo la regia ma è suo anche il testo che rievoca questa giornata dal punto di vista di tre protagoniste, una madre e due figlie, emigrate in America per cercare fortuna. Un'idea che si traduce con un'unica attrice sul palco, la Curino, che non ha bisogno di alcun supporto per reggere la scena da sola per un'ora e mezza. E così è stato anche questa volta. La vicenda delle tre donne parte dall'inizio da un viaggio in nave durato 30 giorni per arrivare stremate «allammerica» dove si spera in una vita migliore, ma questa vita migliore non è. Tutte e tre trovano lavoro in una fabbrica di camicie ma gli orari sono stremanti e la paga poca. Una delle ragazze la più intraprendente fa subito amicizia con una collega russa che le porta alle prime riunioni sindacali e da qui parte la tragedia. Non si può neanche pensare di avere qualche diritto. Zitte e mute le ragazze devono restare col capo chino sulla macchina da cucire ore e ore senza lamentarsi e se non è così ecco la scintilla. Una scintilla vera che dà fuoco a tutto, ma anche simbolica perché quel terribile momento crea uno dei precedenti storici per i diritti sul lavoro.
La Curino parte un po'sottotono, ma va in crescendo fino a coinvolgere col racconto dell'incendio l'intero pubblico che rimane senza fiato, commosso in attesa di ascoltare la conclusione. Sembra di vedere un film ascoltando le immagini che escono da quella voce calda e concitata, seguendo i suoi gesti, le sue corse disperate sul palco. Con lei tre macchine da cucito, qualche telo bianco e un paio di forbici, attrezzi con cui l'attrice interagisce come fossero compagni di scena. La conclusione arriva, amara che vede salva la madre a scapito delle due figlie.
Restano il dolore e il senso di colpa: loro non dovevano morire, una di soli 20 anni e l'altra di appena 14, ma alle volte il Signore vuole così. Bisogna andare avanti, e allora di nuovo capo chino sulla macchina da cucire taratatà che continua a scandire la fatica della vita.