Mai più cani alla catena e tanti animali in albergo

Eppure, dovrebbero conoscerlo bene. Eppure, dovrebbero sapere che, a Genova, Romano Prodi sarebbe meglio non nominarlo nemmeno. Eppure, dovrebbero ricordarsi i danni incredibili alla città che arrivarono quando il professore bolognese guidò l'Iri e iniziò la crisi industriale, demografica e sociale di Genova.
Certo, si dirà che l'industria pubblica non poteva restare sovradimensionata così come era allora. E si dirà anche che alcune delle produzioni chiuse a Genova avevano subito la stessa sorte nel resto del mondo. Il che è vero. Ma è anche vero che le scelte di politica economica e aziendale di Prodi andarono pesantemente contro Genova e che il declino della città che sembrava lanciata verso il milione di abitanti e che ora vivacchia attorno ai seicentomila, contando anche gli immigrati nuovi arrivati, inizia proprio lì.
Insomma, per farla breve. Io penso che in ogni piccolo e piccolissimo Comune d'Italia ci sono ottimi motivi per avercela con Prodi. Uno dei politici - a mio parere, ci mancherebbe altro - più ingiustamente sopravvalutati della storia. Uno che ha lasciato in eredità, con i suoi governi, l'euro a una parità surreale uno a due, e l'arroganza politica di pensare di essere autosufficiente e di aver vinto le elezioni perché qualche Lega minore in Lombardia e in Veneto era alleata con il centrosinistra, anziché con il centrodestra. Ricordiamo tutto: ricordiamo le dita a vu per festeggiare la vittoria in piazza Santi Apostoli, quando lo scrutinio era ancora aperto. E ricordiamo, in Senato, gli italiani all'estero decisivi - grazie alla sciagurata legge voluta da Mirko Tremaglia - per garantire (...)