Marco Baliani, grande attore, stavolta sbaglia proprio tutto

(...) è più dura e soprattutto non riguarda uno spettacolo completamente inguardabile, ma che ha anche qualcosa che si salva.
Vedete, qui devo raccontarvi un po' anche i fatti miei. Marco Baliani è al numero uno dei miei beni culturali teatrali italiani. Giudizio soggettivo, certo. Ma giudizio condiviso da migliaia e migliaia di fans che amano i suoi spettacoli e amano soprattutto la sua capacità di emozionare, di arrivare al cuore, di creare teatro con la sola forza dell'affabulazione, vestito sempre allo stesso modo, di nero, con una sedia come massimo della scenografia e con nero anche il fondale.
Baliani, insomma, va al grado zero del teatro. E ne estrae la sua essenza e la sua bellezza, spesso e volentieri con interpretazioni da brividi. Penso, ad esempio, allo straordinario Corpo di Stato, il racconto del caso Moro visto con gli occhi di chi in quegli anni era un ragazzo iscritto ad architettura, uno del «movimento», uno dei movimenti, che - se non avesse fatto teatro - avrebbe potuto benissimo essere un terrorista, uno dei rapitori di Moro. «Io, quel giorno lì, il giorno di via Fani, non ero triste». E Baliani racconta tutto questo con una passione e un'onestà intellettuale assoluta, capace di commuovere e di appassionare chi ascolta.
Oppure, il meraviglioso Kohlaas, che proprio l'anno scorso a Genova ha festeggiato la millesima replica di un viaggio che, proprio a Genova, fra i ragazzi disagiati delle scuole dei vicoli, era iniziato. E, credetemi, è forse lo spettacolo teatrale più bello che abbia mai visto, più in alto di Marco Paolini, oltre Gabriele Vacis, meglio di Alessandro Gassman, di un po' di Giorgio Gallione (per citare quattro tipi di teatro molto differenti), coinvolgente e totale. Perchè è il racconto di un uomo giusto che diventa ingiusto dopo aver subito un'ingiustizia.
O, ancora, Baliani è un grande raccontatore nelle lezioni che il teatro Stabile organizza nel foyer della Corte, uno che il pubblico - senza soluzione di continuità fra giovani e anziani - ascolta ammirato, a bocca aperta. Mi è capito lo scorso anno e mi è capitato anche l'altro giorno nel suo bellissimo viaggio alla ricerca di Ama il prossimo tuo, in una strada a zig zag, con il rischio di perdersi, ma senza mai perdersi, attraverso la parabola, Francesco, le proprie esperienze personali, il valore della parola e delle parole, fiabe musulmane e storie africane. Un vero capolavoro, anche organizzativo di Raffaella Rocca, e di ruolo del teatro pubblico di Carlo Repetti. Insomma, l'idea di accompagnare uno spettacolo con una lezione simile, rende più bello e più ricco anche lo spettacolo, come spesso accade allo Stabile.
Insomma, non so se si è capito bene. Ma a me Baliani piace, piace moltissimo.
Eppure Identità è uno spettacolo completamente malriuscito, sbagliato, inutile. Con qualche (non moltissimi) tocco di poesia, ad esempio il monologo iniziale sulla violenza gratuita di chi indossa una divisa. E tanti (troppi) passaggi a vuoto, sbagliati. Soprattutto quelli interpretati da Maria Maglietta, ma anche il dialogo finale fra la principessa-sottoproletaria e bruttina romana e il rospo. Divertente, se si vuole. Grottesco di un grottesco riuscito. Eppure, completamente estraneo al resto dello spettacolo, come se fosse appiccicato lì. Certo, una logica c'era. Ma era troppo intellettualistica per essere immediata.
E, forse, il problema sta tutto lì. Nel fatto che tutto Identità è troppo intellettualistico. A partire dall'eccesso di citazioni, dal romanziere franco-libanese Amin Maalouf a Fernand Braudel, il più potabile della compagnia, da Pedrag Matvejvic a Cristina Campo.
Qualcosa di ricchissimo, a cui però manca una dote fondamentale: lo stupore dei bambini. Che ho imparato a riconoscere proprio in uno spettacolo di Baliani.