Massobrio, l’intellettuale dallo sguardo buono

(...) non l’hanno spesa nemmeno i pochi e benemeriti uomini della cultura non allineata. Che, li capisco, hanno vita difficile, stretti da un centrodestra ufficiale che spesso mette mano alla fondina al solo sentire nominare la parola «cultura», con punte parossistiche come quel tizio che un giorno mi spiegò che lui si occupava dei problemi del Carlo Felice «perché ha tanti dipendenti e quindi è un bacino elettorale importante». Un bacino elettorale, già.
Eppure, nessuno, nemmeno fra questi benemeriti, quasi degli eroi del pensiero diverso in una terra di pensiero unico, si è ricordato di Alessandro e dei cinque anni della sua morte.
E allora, visto che non l’hanno fatto altri, provo a farlo io. E non solo perché Massobrio era lo straordinario critico letterario del Giornale, capace di abbinare il suo impegno severissimo nella difesa della sua identità culturale e religiosa alla politica che faceva con un’ingenuità quasi da bambino, spesso messo nel sacco dai suoi stessi amici, ma con una passione eccezionale, che neppure le disillusioni riuscivano a spegnere.
Ecco, cinque anni dopo, credo che, per ricordare Alessandro, basti il suo sorriso dolce e un po’ sghembo, quasi ingenuo, la sua bontà che traspariva dagli occhi e dal tono, la sua severità nel pensiero sempre abbinata ad una duttilità assoluta della bonomia. Lo sanno bene i suoi studenti del liceo King di Sturla, dove insegnava italiano e latino, che lo amavano e lo apprezzavano nonostante non si allineasse mai al pensiero unico dominante nella scuola. O, forse, lo apprezzavano e lo amavano proprio per questo, come hanno dimostrato il giorno del funerale, che hanno trasformato in una festa. E lo sanno bene, ovviamente, la sua adorata mamma, la sua sorella suora, Laura, i suoi tre ragazzi che non hanno mai smesso un secondo di amarlo per quello che era: un uomo buono.
Alessandro era proprio questo. Capace di scrivere un libro come Fasci con le ali, in cui sorrideva delle sue disavventure giovanili di ragazzo di destra in una città proibita, ma anche di essere colui che più di tutti si battè con la penna per la beatificazione di Ettore Vernazza, e poi il narratore di padre Bonaventura Raschi e del suo essere quasi un padre Pio delle alture sopra Genova, ma anche, contemporaneamente, lo scrittore di una serie di favole per ragazzi permeate di ironia e dolcezza.
E, forse, la sua produzione letteraria così diversa e così intensa - capace di raccontare delle amate montagne sopra Brusson, destinazione classica delle sue transumanze estive, ma anche dei massimi sistemi filosofici della tradizione religiosa - è la migliore cartina di tornasole per raccontare Alessandro Massobrio e la sua passione per la vita e per la scrittura.
Poi, ripeto, il resto stava nella dolcezza e nella bontà del suo sguardo. Nel fatto che io, Alessandro, non avrei nemmeno saputo immaginarlo mentre schiacciava una zanzara che l’aveva tenuto sveglio tutta la notte. Capace però di fulminarla con i suoi occhi che ridevano.
Ecco, credo che la Genova ufficiale abbia perso una grandissima occasione per ricordare Massobrio. Ma anche che la Genova meno ufficiale abbia perso un’occasione ancor più grossa.