Mi insegnò a capire Dio con l’opera di Bloch

In ricordo di Don Antonio Balletto. Nato a Genova il primo gennaio 1930 e deceduto a Genova il primo marzo 2008. La Messa funebre è stata celebrata nella Chiesa di San Siro, martedì 4 marzo dal cardinale, Vescovo di Genova, Angelo Bagnasco.
A don Balletto avevo telefonato per Natale. Sapevo che stava, da tempo, male. Per questo esitavo ad esprimergli auguri. Sarebbe, pensavo, indelicato. Così ho preferito esordire dicendo che conservavo ancora un suo libro e che avrei desiderato restituirglielo.
Mi rispose con affabilità che apprezzava quella chiamata, per lui significativa, e che il volume in questione me lo regalava. Che lo tenessi - come se volesse in quel momento esprimere tutta la consapevolezza del presagio inevitabile - per ricordo. Con la promessa però, aggiunse, che avrei dovuto consultarlo più sovente. A suo parere quel contenuto necessitava di una riflessione quasi quotidiana. A pensare che non trattava di argomenti religiosi. Bensì, il testo dissertava di filosofia. Nello specifico si aveva a che fare con «Il principio speranza» di Ernst Bloch. Di quest’opera don Balletto fece, a metà degli anni ’80, un seminario di studio in cui fui invitato a partecipare. Egli aveva compreso della mia sensibilità verso una cultura che non conoscevo, ma che, ormai, provavo dello stupore. Ne rimanevo affascinato. La mia formazione ideale - anche se già laureato - presumeva che la religione non fosse altro che «l’oppio dei poveri». In più mi portavo presso - in qualità di lavoratore di una grande industria siderurgica, all’avanguardia nelle rivendicazioni economiche e sociali - tutto il peso di un costume rivoluzionario. Con lui avrei appreso, per fortuna, una conoscenza dell’esistenza in modo diverso da quanto pensavo e che avevo in precedenza maturato.
In Italia «Il principio speranza» sarebbe stato pubblicato nella sua completezza soltanto nel 1994. Noi riuscimmo a studiare - allora - su fotocopie ricavate da un compendio tradotto in italiano dal tedesco. Questa è l’opera di Bloch (1885-1977) più importante. Fu scritta durante l’esilio in Usa. Ebreo, era fuggito dalla Germania nazista. È uno studio della coscienza dell’uomo di cui la speranza è considerata il motore di tutto il suo essere. La speranza è sostanza di vita; è la ragione stessa dell’esistenza.
Questa iniziativa di don Balletto, di alto livello culturale, venne giudicata e criticata da alcuni, sia laici che sacerdoti, fuori dagli schemi dall’insegnamento teologico tradizionale.
Purtroppo, nella Curia di Genova si respirava ancora un clima di rigidezza di pensiero neoscolastico. E don Balletto già nel 1966 venne trasferito ad Albenga per contrasti con il Cardinale Giuseppe Siri. Comunque, per il seminario nostro non vi furono restrizioni di alcun genere. Così, nel modo, si potè terminare con profitto. Come ho affermato, ciò accadeva nella metà degli anni ’80.
Poi, circa vent’anni dopo, è capitato che papa Ratzinger ha pubblicato, il 30 novembre 2007, l’enciclica «Spe salvi» (La speranza che ci salva). Dove nella sua elaborazione dottrinale, l’enciclica fa scorrere il sostantivo «speranza» come fosse la chiave per capire il ruolo del Cristianesimo nel mondo d’oggi.
È stato da qui che ho ripensato - altrimenti sarebbe stato impossibile non riallacciarsi - a quella iniziativa «azzardata» di don Balletto. Infatti, molto tempo prima di questa enciclica, con la lungimiranza e con anticipazione da vero intellettuale, egli aveva voluto gratificarci di un messaggio, il cui fine era la verità, riproposto in modo sublime da Ratzinger.
E per onestà si può aggiungere, avendo fatto una lettura attenta, non solo dell’enciclica, ma di altri scritti elaborati dall’attuale Pontefice in questo periodo che (Benedetto XVI) si sarebbe richiamato e fatto riferimento in senso positivo, alle idee del filosofo Ernst Bloch, tra l’altro, conosciuto all’Università di Tubinga. Cosa altro dire.