Mister Novellino studia l’inglese ma pensa ancora alle genovesi

Walter Novellino, antica conoscenza dei nostri palcoscenici calcistici, sta imparando l’inglese. Due mesi a Londra, full immersion di grande sacrificio. Vuole forse fare esperienza in terra d’Albione?
«Per ora - dice via telefono - mi fermo a Perugia, ho alcuni affari miei da realizzare. Ma poi voglio ritornare in panchina, è troppo affascinante».
Novellino, cinque anni alla Samp non si dimenticano.
«Proprio no, davvero. Ma chissà che un giorno non ritorni».
Eri in lista quando poi arrivò Cavasin... Forse se fossi arrivato tu...
«Ci avrei tenuto molto. Comunque il calcio è questo. Proprio dopo la Samp, non so perché, ma da grande allenatore sono stato considerato fra i peggiori... Una disgrazia davvero».
Ma la Samp la segui sempre?
«Certo, la serie B l’ho vissuta anch’io. So che è un campionato lungo e terribile. Quindi la Samp potrebbe ancora farcela. Le è mancata la continuità. Ma ora con Iachini...».
Iachini è stato tuo allievo...
«L’ho cresciuto (sorride) per alcuni anni. Ora vedo che sta funzionando bene. Ho visto la gara col Verona, niente male, squadra equilibrata, generosa, insomma una bella formazione».
Cosa ricordi, Walter di quei cinque anni?
«Tante cose, è stato il mio periodo più bello. Il mio pupillo Palombo, chi lo dimentica? Oggi è nell’Inter, con qualche problema, ma è sempre un signor giocatore».
E le tue litigate con Flachi?
«Altro personaggio che ho amato molto. Ci sentiamo ancora. Voleva sempre giocare, si arrabbiava da matti... Ma che giocatore!».
Anche fra i genoani avevi amici.
«Certo, ricordo Capozucca e Sculli, personaggi straordinari. Anche Marino sta facendo bene. È che con tutti gli infortuni è costretto a cambiar modulo spesso. A scapito del bel gioco».
Tu eri fermo al modulo che non volevi mai cambiare: 4-4-2. Ma a volte ti mancavano gli uomini. Sono loro che fanno i moduli e non viceversa.
«È vero, ma credo che questo modulo sia il migliore fra tutti, per questo non l’ho mai cambiato».
Ma allora vorresti tornare a Genova.
«Certo, chissà che un giorno...».