Non partita, ma battaglia Col blucerchiato negli occhi

(...) di spaccare il mondo. Da oggi e fino a domenica sera, non esiste classifica o infortunio, non esiste campo sconnesso o vento forte. Non esiste «questi sono più in forma» e neanche «loro hanno avuto più tempo per rifiatare». Ma soprattutto, gente sampdoriana, dalla gradinata, come nei distinti e nelle tribune, non deve esistere che la nostra voce, i nostri cori, le nostre urla. I derby sono due: uno è in campo, l’altro sugli spalti. E la vittoria nel primo è anche condizionata dalla vittoria nel secondo.
Domenica non sarà una semplice partita di calcio ma una vera battaglia, sportivamente intesa. Saremo tutti nell’arena, perché qui c’è in ballo anche l’orgoglio, l’appartenenza, la fede. Non importa chi gioca, non lamentiamoci se Mazzarri «poteva mettere uno e invece ha piazzato l’altro». Per novanta minuti, per quei novanta minuti, sosteniamo chiunque indossi quella maglia a strisce orizzontali che tanti patimenti ha dato ai «cuginastri» che hanno una delle poche soddisfazioni nel definirci ciclisti. In fondo, le loro più grandi gioie sportive, ricordiamoglielo, sono dovute a qualche nostra sconfitta in competizioni europee di alto livello. Cose che loro neanche possono immaginare.
Ai giocatori cosa si può chiedere se non che diano il massimo. Pensando che la maglia che loro indossano e che può essere solo una parentesi della carriera, per i tifosi rappresenta una ragione di vita. Piaccia o non piaccia, anche questo è il bello del calcio. E il bello del calcio per me, e per tanti, è la Sampdoria.