Noventa e la visione sul fascismo che imbarazza i cattocomunisti

di Piero Angelo Vassallo

Nello scenario italiano, in cui gli scrittori più interessanti (Paolo Mieli dixit) sono emarginati dal severo sistema della concentrazione culturale a sinistra, le verità scomode e imbarazzanti hanno cittadinanza soltanto negli angusti e avari ambiti concessi alla sfida degli editori impavidi e al raro gusto dei lettori ribelli. Se non che i divieti del potere inquisitorio, mentre disturbano o addirittura tormentano gli oppositori, non impediscono la circolazione della impertinente e irriducibile verità: lo si evince dal risultato dei duri colpi inferti alla credibilità sovietica da autori ridotti a vivere nella sospettata e sorvegliata marginalità o deportati direttamente nell'arcipelago Gulag. Valentino Cecchetti, sagace docente di letteratura italiana nell’Università della Tuscia e ostinato esploratore delle verità nascoste dall’intolleranza tardo-gramsciana, pubblica, per i tipi infrequentabili del bandito Marco Solfanelli, un saggio sulle sorprendenti aperture al fascismo di Giacomo Noventa (pseudonimo di Giacomo Ca’ Zorzi, 1898-1960) un autore fino a ieri incapsulato nell’indeclinabile elenco degli adamantini antifascisti appartenenti all’area cattolica.
Un denso, urticante capitolo (Giacomo Noventa, Giuseppe De Luca e le culture del fascismo) dell’intrigante saggio di Cecchetti esamina e riassume fedelmente le tesi formulate da Giacomo Noventa in vista di un approfondimento del costruttivo e cordiale dialogo in atto, nella Firenze degli anni Trenta, tra esponenti del cattolicesimo intransigente e interpreti dell’avanguardia fascista. Il dialogo di Noventa con i redattori cattolici della rivista «Frontespizio», allora impegnati nel dialogo, serrato e mai servile, con le culture del fascismo, iniziò nell’aprile del 1938, data della pubblicazione nella rivista «Riforma letteraria» di un articolo in cui si affermava che «una volontà effettiva di primato nazionale deve poggiare sulla consapevolezza, da parte dell’Italia, della relativa miseria dei risultati del suo Risorgimento e sulla necessità di una profonda revisione del processo storico che lo ha determinato». Nel testo di Noventa traspare l’avversione al neoidealismo di Spaventa, Croce e Gentile, che fu la corona filosofica del Risorgimento inteso come mala unità. L’avversione al neo idealismo era uno stato d’animo condiviso, oltre che dai cattolici fiorentini, dai protagonisti della Scuola di mistica fascista fondata da Arnaldo Mussolini e finalizzata alla riabilitazione della metafisica di San Tommaso e della scienza storica di Vico. Cecchetti osserva acutamente che «durante gli anni Trenta Noventa (anche per l’influsso della filosofia del migliore Maritain) si avvicina agli intellettuali cattolico-fascisti, nel tentativo di creare un comune fronte anti-idealistico ed elaborare una cultura, alternativa a quella egemone, che sia basata su un cattolicesimo allo stesso tempo classico e moderno... nel fascismo Noventa riconosce la premessa e l’affermazione di quella filosofia classica e cattolica alla quale aspirava e della quale si fa consapevole portavoce». È evidente che Noventa anticipa il programma dei tradizionalisti, che nel dopoguerra frequenteranno la destra: separare il neoidealismo dall’insorgenza fascista. Noventa proponeva «una nuova cultura italiana, emendata dai suoi errori storici e raccordata alla trionfante rivoluzione fascista».
Cecchetti, in conclusione, ha aperto una nuova breccia nel muro cattocomunista. Non sarà facile sigillarla con il silenzio dei media e con i rantoli dell'antifascismo.