UN POPOLO STRAORDINARIO

Ormai lo sapete, sembro monomaniacale. Per me questo Giornale di Genova e della Liguria è una famiglia. Con tutti i suoi personaggi, il papà severo ma giusto, lo zio brontolone, la mamma dolcissima, la nonna che dispensa pillole di saggezza, il bimbo scavezzacollo.
Ciascuno di voi è perfetto per uno o più di questi ruoli. E, proprio come in una famiglia, ci si scambia passione, amore, a volte rabbia, per quando non si è d’accordo. Ma, come sempre, confrontarsi arricchisce.
Insomma, ogni mattina - quando apro le lettere, leggo la posta elettronica, inizio a rispondere al telefono - sono circondato da tutti questi personaggi. Che poi sareste voi. E mi sento assolutamente parte di un progetto e di una famiglia.
Ormai, sapete a memoria anche questo. Stiamo facendo - voi e noi - qualcosa di importante. Per il Giornale, per Genova, per la Liguria e, nel nostro piccolo, anche per il giornalismo. Perchè questo sta diventando sempre più un giornale fatto da voi. Interattivo, verrebbe da dire. E non solo per le lettere e i contributi che ci mandate, che non mi scuserò mai abbastanza per non riuscire a pubblicare tutti.
Dovreste vedere la mia scrivania: le pile delle vostre lettere, ormai, formano una specie di torre di Pisa che, ogni giorno che passa, minaccia sempre più di crollarmi addosso, sotterrandomi. Questo Giornale lo fate voi anche con le segnalazioni, le chiamate, le soffiate con cui ci date sempre nuovi spunti per andare a scavare fra le cose che non vanno in questa città e in questa regione.
Insomma, una famiglia. Ma, come vi ho già raccontato, a volte si va oltre la metafora. Mi è capitato quando qualcuno di voi mi ha invitato a pranzo al ristorante, dal dottor De Paoli ai fratelli Pruzzo. Mi è capitato quando vi siete stretti attorno al mio ultimo nato Filippo, arrivando al punto di mandare fiori in ospedale o in redazione. Mi è capitato l’altro giorno quando un cortesissimo lettore, Carlo Martelli, mi ha invitato a casa. Sì, a pranzo. Sì, a casa. E ho avuto la fortuna di mangiare con sua moglie Raffaella, con suo figlio Nicolò e con lui, parlando del nostro amore per il Giornale, per Genova e per la vita.
In famiglia, nel senso letterale della parola. Non c’eravamo mai visti, nè sentiti. Ma è come se ci fossimo conosciuti da sempre. Ho provato emozioni uniche, che ogni volta mi sembrano insuperabili e che ogni volta mi aiutate a superare, dando sempre un ulteriore superlativo ai superlativi. Ero con loro, stavo benissimo, e in quel momento ero con ciascuno di voi.
Se qualcuno - magari colleghi di altre testate - ha pensato che tutto quello che ho scritto fino ad ora sia un goffo tentativo di captatio benevolentiae, un esercizio di stile troppo sdolcinato o uno spazio portato via alla cronacaccia, per me non ha capito niente di cos’è questo Giornale. E di cosa siete voi.