Il prof racconta ascesa e caduta di Fini

Di Paolo Armaroli è appena uscito «Lo strano caso di Fini e il suo doppio nell'Italia che cambia (Tutte le anomalie della XVI legislatura e oltre)», edito da Mauro Pagliai (Polistampa, www.leonardolibri.com). Armaroli, per trent'anni ordinario di Diritto pubblico comparato all'Università di Genova, deputato parlamentare (1996-2001, XIII legislatura), capogruppo An della Commissione affari costituzionali e con altri incarichi politici di rilievo, ci consegna un libro di memoria della recente Storia parlamentare. Storia precisa e non di parte.
Armaroli si attiene ai fatti e non commenta a parte qualche scintillante battuta come «sembra un prefisso telefonico» per la percentuale dello 0,46% del partito di Fini confluito in «Lista civica» di Monti o «l'occhio di triglia» ai grillini di Bersani, il democratico dal sigaro che a me richiama Gambadilegno in Topolino. (Ma nessuno gli rimprovera il pernicioso incitamento al fumo?).
Fini, definito per il carattere «surgelato findus», ci è presentato così: «Segretario del Msi-Destra nazionale, per 13 anni (1995/2008) presidente Alleanza Nazionale, con Berlusconi cofondatore del PDL preferisce mettere a rischio la carriere politica per giocarsi la carta di Presidente della Camera. Diventa in dissenso rispetto all'area d'appartenenza governativa su «laicità, rapporti Stato e Chiesa, caso Englaro, reato d'immigrazione clandestina». Opera secondo un «patriottismo costituzionale che è solo una porzione di quello nazionale con radici nel Risorgimento».
Quando avviene la completa trasformazione di Fini - dottor Jekill in Mister Hyde (sindrome descritta da Stevenson, che Armaroli ci richiama?). Fini dichiara d'essere arbitro imparziale alla Camera e da presidente ha fondamentale funzione nel rallentare, approvare emendamenti (in proposito le pagine 39/40), però - dice - «fuori non gli si può negare il diritto di dire la sua». Il 5 luglio 2011 quando Napolitano deplora la norma salva Finivest, Fini non si trattiene dal censurare l'operato del presidente del Consiglio mentre da presidente della Camera non dovrebbe prender partito su questioni all'ordine del giorno parlamentare. Non solo, abbonda in promesse da marinaio: le sue dimissioni, tante volte annunciate. La mutazione genetica in Hyde secondo Armaroli si fa più evidente, ma vorrei, a titolo personale, ricordare di Napolitano alcuni silenzi, alcune esternazioni che hanno fatto scrivere di «presidenzialismo» in atto. Fini deve aver creduto di poter stare sotto ali protettive. Nella «parola ai lettori» su questo Giornale ho trovato un commento di certo Pier Francesco Pompei su Napolitano con titolo: «Lo stalinista che volle farsi re». In sintonia anche commenti di bravi giornalisti sul suo primo settennato «non così buono come si pensa», non da «salvatore della Patria». A me stupisce la sopportazione per le sue prediche paternalistiche.
Il libro di Armaroli è da centellinare, specie nelle pagine che riguardano i ribaltoni tra cui l'avviso di comparizione a Berlusconi (da parte dei magistrati di Milano, preannunciato dal Corriere della Sera), nel novembre 1994 durante la conferenza mondiale sulla criminalità a Napoli.
Da italiana mi sentii umiliata. Altri ribaltoni: di Fancesco Cossiga dopo la caduta del primo governo Prodi (ottobre 1998) che permette a D'Alema di diventare per due volte di seguito presidente del Consiglio, di Fini che passa all'opposizione nel 2010. Un altro, sui generis, quello dell'appoggio dei senatori a vita al secondo ministero Prodi (2006/08). Niente di nuovo se Armaroli, coltissimo, ci ricorda il Dictionnaire des girouettes (dei voltagabbana) comparso nel 1815 dopo l'abdicazione di Napoleone e commenta: «Basterebbe che il rappresentante del popolo che passa da una coalizione all'altra decada dal mandato parlamentare e sia sostituito secondo la legge elettorale vigente». Annota pure: «Chi scrive ci ha provato nella XIII legislatura, ma la mia proposta di legge costituzionale incontrò ostilità del centrosinistra (che si avvantaggiava dai ribaltoni) ma anche del centrodestra che la bollò come illiberale».
Una sommessa riflessione su quando Fini (fatto ricordato da Armaroli) si scaglia contro la moglie di Bossi in quanto babypensionata e Reguzzoni gli ribatte che il PDL non ha mai citato sua moglie, Tulliani, «coinvolta in fatti di gossip e giudiziari». Penso che la mutazione genetica di Fini sia avvenuta in concomitanza al rapporto con la seconda moglie. Mi viene in mente una battuta di Cossiga che, richiesto su che carta del mazzo avrebbe assegnato a Fini, rispose sornione «asso di cuori». Ma gli elettori avrebbero voluto un politico di cuore, leale e siamo contenti di dimenticarlo.