Pronto intervento sulle intercettazioni

Non è un paese democratico quello nel quale tutti hanno paura di essere intercettati. Lo ha detto il Presidente del consiglio Silvio Berlusconi, e la frase è diventata una notizia da prima pagina. Se non fossimo in Italia sarebbe una frase quasi scontata: la paura che tutti hanno di essere intercettati è il clima che si viveva nei paesi del patto di Varsavia prima della caduta del muro di Berlino, e non certo quello di una democrazia avanzata e liberale di un paese del G8. Invece la frase di Berlusconi apre i principali quotidiani italiani, semplicemente perché il Presidente del consiglio denuncia una grande verità: nel nostro Paese nessuno può dirsi realmente immune dal rischio di essere ascoltato da estranei. Dialogare al telefono è diventata una cosa intima come parlare in un megafono sulla pubblica piazza durante una festa popolare. E molti Italiani hanno preso l'abitudine ironica, di salutare - oltre che il proprio interlocutore - anche «il maresciallo» che si presume in ascolto con tanto di cuffie e registratore. Il meccanismo, ormai consolidato, vuole che un Pubblico Ministero possa mettere sotto controllo un telefono in qualsiasi momento. Le intercettazioni, poi, vengono usate non per trovare prove a carico di qualcuno sulla base di accuse riguardanti reati ben precisi, ma con lo scopo di recuperare notizie di reato a carico di terzi. Una prassi che è sconfinata nell'abuso: nel 2007 ci sono state 124.845 intercettazioni con un costo di circa 224 milioni di euro. Attendiamo i dati del 2008. Del resto le intercettazioni sembrano non aver davvero risparmiato nessuno. Basta scorrere i quotidiani di queste ultime settimane per accorgersi come le trascrizioni di colloqui telefonici siano state usate per esporre alla gogna mediatica parlamentari di ogni schieramento. Perfino il figlio di Di Pietro non è stato risparmiato. Per tutte queste ragioni occorre fare una riflessione seria, non condizionata da interessi politici, personali o di parte. La mia idea è che si debba intervenire con una legge per regolamentare l'uso delle intercettazioni. E che si debba in particolare individuare tutti i reati per i quali consentire l'autorizzazione alle intercettazioni, escludendo la trascrizione di quelle che riguardano persone, fatti o circostanze estranee alle indagini. Si dovrebbe poi vietare la pubblicazione degli atti contenuti nel fascicolo del PM fino alla fine delle indagini preliminari. E ciò per evitare che si arrechi un danno ad un soggetto nei confronti del quale non è nemmeno stata iniziata l'azione penale, che potrebbe vedere raccolto ai suoi danni materiale privo di rilevanza giuridica. Infine, per dare forza a queste prescrizioni, bisognerebbe sanzionare penalmente la violazione dei divieti e la pubblicazione di atti o informazioni illecitamente raccolte. Si tratta naturalmente di una piattaforma sulla quale si può discutere, ferma restando la necessità di fare presto, perché la situazione è grave ed urgente. Il nodo da risolvere è quello di individuare i reati per i quali si esclude l'utilizzo delle intercettazioni. Berlusconi ha rivelato che anche la Lega si è convinta ad escludere i reati contro la pubblica amministrazione. Se così non fosse si alimenterebbe la cosiddetta «iperubricazione», il rischio cioè che chiunque possa essere accusato di un reato e quindi essere intercettato anche se non ha pagato una multa. Con l'effetto, assolutamente da evitare, di veder rientrare dalla finestra quegli abusi che la nuova legge vorrebbe mettere alla porta.
*Deputato del Pdl, membro
della Commissione giustizia
della Camera