Quando i mercanti dell'antica Genova dominavano il mondo

di Ferruccio Repetti

Metà delle tasse pagate dai mercanti genovesi venivano destinate al porto: altri tempi, diciamo fra la metà del 1100 e il 1500, ma è anche così - con «l'impiego intelligente della manovra fiscale» come direbbe sobriamente il professor Mario Monti -, o meglio, è proprio in questo modo che le istituzioni si occupavano e si preoccupavano dello sviluppo economico e sociale della comunità, da garantire per i contemporanei, ma soprattutto per le future generazioni. Statisti più che politici, amministratori più che semplici burocrati, insomma. I quali avevano a che fare con commercianti e finanzieri magari spregiudicati nel trattare scambi e mercede, ma con gli occhi, e la mente, e persino un pezzetto di cuore rivolti a costruire oltre che ad accumulare. Consapevoli di potersi garantire il profitto privato senza dover necessariamente compromettere il bene collettivo.
Mica leggenda metropolitana: sta tutto scritto nelle carte che sono esposte in un sontuoso, solenne eppure accogliente salone dell'Archivio di Stato, via Santa Chiara, in Carignano. Qui la solerzia (e la profonda competenza) di una studiosa come Giustina Olgiati ha permesso di raccogliere una sessantina di documenti originali, di cui molti manoscritti, che sono altrettante testimonianze di un'epoca. Altri tempi, certo: l'epoca d'oro degli uomini d'affari della Superba, in nome del ianuensis ergo mercator, sebbene non tutto, ovviamente, luccicasse come l'oro. Però, leggendo quelle pergamene, si capisce che allora si pensava, si doveva pensare, «oltre»: in senso fisico, geografico, oltre i confini della città, lungo le rotte che portavano sulle coste del Mediterraneo e in Oriente, in viaggi che duravano anche dieci-quindici anni, o addirittura una vita. Sempre in cerca di nuovi mercati e di nuovi orizzonti materiali. Ma «oltre» significa pure - questo ci dicono chiaramente quelle carte, in particolare i testamenti - che si pensava a quell'«altro» viaggio, al dopo, con attenzione minuziosa al particolare: per non lasciare nulla in sospeso, anche a costo (o per il gusto) di prendersi una rivincita, una piccola, ma bruciante vendetta su chi aveva mal meritato. Mettendo per iscritto il perché e il percome, ben al di là della «privacy».
Fosse solo per questo, fosse solo per gli scenari che aprono queste «quattro carte» così difficili da leggere che sono rinchiuse nelle vetrine dell'Archivio di Stato fino al 13 luglio, ebbene la mostra fortissimamente voluta dall'Associazione ligure commercio estero e dal suo presidente Paolo Cuneo in occasione dell'assemblea annuale che si tiene oggi, e magistralmente curata da Giustina Olgiati in collaborazione con il direttore dell'archivio di Stato Francesca Imperiale, meriterebbe comunque una visita approfondita. Ma il valore e la qualità dell'esposizione si ritrovano, è opportuno sottolinearlo, pure nell'emozione che prende, tanto per dire, uno per tutti, quando si ammira il manoscritto di leggi e statuti di Genova che fa parte dell'archivio di famiglia Da Passano del ramo di Occimiano, di recente restaurato, che illustra le norme per il fallimento dei banchieri. «Lectio» istruttiva, chissà, anche per i contemporanei esperti della finanza creativa, quelli «che mi si sta allargando lo spread», o quegli altri «che il rigore innanzi tutto»...
Par di capire dunque che i mercanti, gli uomini d'affari della Genova medievale che hanno ispirato quei manoscritti, restituiti ora, pagina per pagina, alla fruizione generale dall'abilità certosina della curatrice dell'esposizione, la pensassero un po' diversamente. Ecco perché, accostandoci alle vetrine che ospitano i documenti, non si può non riflettere sul passato, ma soprattutto sul presente: sugli affari e sugli affaristi, sui valori e sulle miserie pubbliche e private. Che c'erano ieri e l'altro ieri, ci sono anche oggi, ma si spera sempre (ci si illude?) che non ci siano più domani.