Quando il teatro aiuta i bimbi a raccontare i loro segreti

«L’infanzia non è solo interlocutore privilegiato ma anche e soprattutto un luogo poetico. Guardare all’infanzia è guardare all’umanità che cresce, che ci fa da specchio e ci interroga e si affida a noi. Porta in sé il segno di ogni inizio e di ogni trasformazione. Scegliere un’arte a misura di bambino significa coltivare uno sguardo». Questa la filosofia di un gruppo di artisti indipendenti che condividono una passione, una spinta etica, una poetica, una direzione e che per questo si sono uniti per fondare una compagnia teatrale quella del Teatro del Piccione. Un gruppo di lavoro e di studio permanente che non ha paura di attingere al profondo, al tutto possibile, al cuore, al buio, alla gioia, allo straordinario, agli affetti, al gioco, al mistero della poesia.
La Compagnia del Teatro del Piccione da anni gira il mondo presentando spettacoli in Francia (Festival di Avignone), Germania e Spagna, ma il loro lavoro primario è quello rivolto all’infanzia, all’interno delle scuole elementari dove portano laboratori teatrali che si svolgono in 10 incontri, uno alla settimana, dilazionati in 3 mesi dell’anno scolastico. «In questi incontri escono fuori le domande fondamentali dell’infanzia, quelle che portano poi ad essere uomini o donne» dice Antonio Tancredi, attore e regista della compagnia. «Tutti i nostri progetti sono diretti ad un percorso coi bambini facendo una valutazione sia degli individui che della classe. In questa operazione abbiamo sempre trovato un grande supporto dalle insegnanti che ci riportano le considerazione e i pensieri dei bimbi quando noi non ci siamo. Questo fa sì che l’incontro a seguire noi si abbia elementi in più su cui lavorare costruire andare avanti fino al prodotto finale che porta in scena sullo spazio teatrale quello che prima era privato e che diventa un qualcosa di collettivo». Questo degli operatori teatrali del Piccione potrebbe anche essere definito un percorso terapeutico, ma non vuol essere così, diciamo che aiuta semplicemente i bambini ad aprirsi utilizzando il gioco teatrale per tirar fuori qualche piccolo segreto. Il progetto con la scuola primaria Fabrizi è nato il giugno dell’anno scorso e comprendeva sette laboratori che riguardavano le diverse classi. «Naturalmente a seconda delle classi è diverso il nostro modo di approcciare - continua Tancredi - si lavora più con la gestualità con le classi inferiori, mentre dopo la 2a si comincia a lavorare anche con la verbalizzazione. Ecco quindi che Roberta Agostini ha utilizzato l’uso di grandi fogli di carta per simulare una tana dove i bimbi della 2a si rifugiavano, mentre con i più gradicelli della 4a si è fatto un lavoro di gruppo con la parola. L’argomento era la zattera. La zattera intesa come rifugio, la zattera che non si deve rovesciare, ma anche come metafora del nostro pianeta». Tante le domande che si sono posti i bambini: come si è finiti lì? E perché? E adesso cosa fare? Ci salveremo? Ed ecco che in un piccolo spettacolo di 20 minuti è uscita fuori la costruzione perfetta e raffinata delle sensazioni di quei piccoli cuori. I genitori hanno percepito perfettamente e dopo quei 20 minuti di esperimento sono usciti commossi e, se questo può essere, volendo ancor più bene ai loro figli. Già perché «ci vuole un altro sguardo per dare senso a ciò che barbaramente muore ogni giorno omologandosi» (Antonio Neiwiller, Maggio 1993).