Quei non vedenti che ci insegnano a guardare la vita

di Enea Petretto

È interessante, caro dottor Lussana, quanto e come descrive, nel suo bel articolo «... Quel viaggio nel buio...», le emozioni nel trascorrere quarantacinque minuti nel «parallelepipedo nero» ma sapesse quante altre cose si possono apprendere frequentando persone che il salto nel buio lo hanno dovuto sperimentare per nascita o per disavventura.
Nella mia lunga vita ho incontrato moltissimi non vedenti e, dalle loro narrazioni, ho dovuto apprendere filosofie di vita inimmaginabili per un vedente. Precipitar nel buio può capitare a tutti ed in qualsiasi momento. Vi è chi si rassegna e vi è chi impreca contro l’intero mondo ma sembra si possa vivere una vita normale. Esempi ve ne sono tanti e mi permetto di raccontagliene qualcuno.
Nella vecchia, bellissima via Madre di Dio (prima che venisse distrutta dal cemento), viveva un cestaio che nello sgabuzzino a pianterreno intrecciava vimini. Era l’unico mestiere appreso all’istituto per ciechi (frequentato quand’era bambino) e gli permetteva di vivere dignitosamente. Un giorno, per interessamento dei vicini, venne visitato da un bravo medico che, senza illuderlo molto, gli disse che l’evoluzione della chirurgia oculistica era arrivata ad un punto tale da non escludere la possibilità di fargli riacquistare la vista. Dopo alcuni tentennamenti si sottopose all’intervento e riacquistò davvero la vista ma, quando fabbricava le ceste doveva chiudere gli occhi. Ad occhi aperti non riusciva ad intrecciare i vimini.
Vi era il caso del radiotecnico cieco che si era costruito un tester acustico e riusciva a riparare apparecchiature radio (la televisione allora era di la da venire) con estrema bravura, saldature a stagno comprese.
Un impiegato di un grande complesso siderurgico del ponente, cieco dalla nascita, entrato in possesso di un mini apparecchio radar, riusciva a districarsi nel traffico pedonale, con estrema disinvoltura, interpretando i segnali acustici emessi dal dispositivo portatile. Ma non è tutto.
Descriveva i colori della natura (mare, cielo, prati) con estrema precisione poiché, diceva, ne sentiva l’odore nell’aria.
E che dire di un telefonista cieco che riuscì a trovare, sul pavimento dell’ufficio in cui lavorava, il minuscolo fermaglio di un orecchino caduto ad una sua collega e che i vedenti non erano riusciti a localizzare.
Non so se «Quarantacinque minuti al buio» possano aiutarci a comprendere la vita quotidiana dei non vedenti, però è già un inizio.
Saluto lei e la sua meravigliosa Redazione, dottor Lussana. Alla prossima volta.