Quella paura dell'impopolarità che si è trasformata in tragedia

(..) e sul falso confezionato per sminuire le responsabilità del Comune e dei suoi vertici. L'inchiesta è seria, documentata, e Luca Scorza Azzarà, il pubblico ministero che la sta seguendo, lontano da spettacolarizzazioni e personalizzazioni, sta facendo un ottimo lavoro istruttorio, senza dimenticare nulla, nemmeno le indagini difensive a tutela degli indagati. Insomma, un esempio di buon lavoro giudiziario.
Ma c'è un interessante elemento che emerge leggendo le notizie e gli atti relativi al processo, persino al di là delle responsabilità personali che - soprattutto nel caso del falso - se verranno accertate saranno gravissime e sarebbero ancor più gravi qualora venissero accertate nei confronti di Marta Vincenzi che, all'inizio dell'inchiesta, disse «Se fosse vero, potrei morirne».
L'elemento che emerge per i lettori del Giornale è noto dai giorni immediatamente successivi all'alluvione. E, addirittura, da quelli immediatamente precedenti. Scrivemmo, prima del disastro, che era assurdo lasciare aperte le scuole e contemporaneamente consigliare ai cittadini di non muoversi da casa e di rimanere barricati nelle proprie abitazioni salvo casi straordinari. E, purtroppo, fummo ottimi profeti. Non sapete come avrei voluto dovermi scusare per quell'articolo. Come non avrei voluto essere una Cassandra. Ma non andò così e quell'articolo fotografò il giorno prima cosa sarebbe successo. Purtroppo, non serviva l'oracolo per capirlo.
Poi, nei giorni successivi, abbiamo scritto quella che ci sembrava la triste verità. E cioè che la decisione di non chiudere le scuole - incredibilmente rivendicata da molti membri della giunta Vincenzi che addirittura andarono in televisione a reti unificate a spiegare che i plessi scolastici erano molto più sicuri delle case private in caso di alluvione - era tutta politica, drammaticamente legata alle primarie del centrosinistra per la scelta del candidato sindaco.
Cosa successe? Qualche mese prima, ci fu un'«allerta 2» dell'Arpal per neve (non per pioggia, si badi bene) e, visto che - per mezzo grado in più nella notte - non successe assolutamente nulla, a fioccare furono solo le polemiche per le scuole chiuse e la città bloccata in assenza totale di neve. A quel punto, in Comune arguirono che «allerta 2» (anche se, stavolta, si trattava di acqua) era sinonimo di falso allarme e, di fatto, ignorarono il pericolo. Nonostante in quell'anno l'Arpal, l'agenzia meteorologica della Regione, avesse emesso solamente altri due allerta di quella gravità: il primo per Sestri Ponente, e ci fu un'alluvione con un morto, e il successivo per le Cinque Terre e la Val di Vara e a Vernazza, Monterosso, Borghetto Vara, Brugnato e nei Comuni lì vicino ci fu il disastro.
Insomma, sarebbe bastato guardare i precedenti. Anche quelli spezzini dei giorni immediatamente prima del 4 novembre, non parliamo di alluvioni storiche. Invece, vinse il ricordo di quell'allerta neve e - temendo le reazioni di cittadini e commercianti in vista delle primarie del centrosinistra - si decise di tenere aperte le scuole. Decisione tragica, davvero.
Ecco, noi in quei giorni scrivemmo questo. E, in questi giorni, nei vari interrogatori Luca Scorza Azzarà chiede ai vari testimoni e imputati proprio questo: «Perché le scuole rimasero aperte?». Sandro Gambelli, manager comunale che è il principale teste contro la versione di Marta Vincenzi, a parere di Gambelli conscia del falso, avrebbe spiegato al pm, secondo la ricostruzione di Matteo Indice sul Secolo XIX: «Non si decise di chiudere le scuole, poiché in un'altra occasione all'allerta non aveva poi corrisposto una reale situazione di maltempo. In quel caso, gli istituti e alcune strade erano stati chiusi preventivamente e il giorno dopo ci furono molte polemiche, anche da parte dei commercianti, per un allarme definito immotivato. In occasioni del genere era sempre difficile prendere una decisione».
Manca il riferimento diretto alle primarie e alla paura dell'impopolarità, ma la storia della tragedia è tutta lì. Del lato penale, si occuperanno i giudici. Ma a livello politico, la sentenza c'è già: un buon politico, uno statista, in nome della giustizia, sfida l'impopolarità. Un cattivo politico, sceglie sempre la strada più facile e popolare. Ma non è detto sia quella giusta.