Se la letteratura è memoria

«La letteratura è lo strumento magico per eccellenza al fine di tramandare la memoria», incipit della «Premessa» di Giorgio Cavallini al suo La magia della letteratura e i suoi autori (Stefano Termanini Editore). Cavallini, un ottantacinequenne ancora così attivo che ci dà un libro all'anno, ci rammenta: «Se Omero non avesse scritto l'Iliade e l'Odissea oggi nessuno ricorderebbe i nomi di personaggi leggendari come Achille ed Ettore o come Ulisse; altrettanto vale per Virgilio, autore dell'Eneide, o per Catullo, il cantore immortale di Lesbia». La sapienza del suo insegnamento si coglie già nell'aver inserito in questa triade di padri antichi proprio quel Catullo del «lepidum libellum» (come lui stesso aveva definito con modestia la sua opera) che però canta le contraddizioni d'amore come nessun altro ha saputo fare.
Del nostro «maestro» in questo viaggio letterario bisogna anche considerare un tratto del carattere che Raffaele Giglio mette in luce nella sensibile «Prefazione». Di lui, Giglio, sottolinea come sia alle sue «Lecturae Dantis» a Cava dei Tirreni sia a Pienza, a Genova, a Napoli, a Bocca di Magra, in tutti i luoghi dove, di recente, ha trasmesso la sua indagine stilistica su autori di ogni tempo, prima abbia sempre dato una stretta di mano a tutti i presenti.
Giglio mette ancora in risalto come nel capitolo del libro dedicato alle Avventure di Pinocchio Cavallini entri in prima persona (e se ne scusi) per ricordarci che «la storia del burattino di legno trascende i limiti della letteratura rivolta all'infanzia; anzi, ci offre un quadro della situazione sociale in un'Italia povera e contadina». Quanto allo stile di Collodi, Cavallini annota la «ripetizione espressiva di alcune parole», «il parlato» perché «sotto la spinta dell'elemento fonosimbolico ed evocatore» ai nostri occhi si materializzano «sequenze di movimento», fin «scorci cinematici di movimento».
Ecco la dimostrazione che il libro nasce dall'incontro di due stili, dello studioso e comunicatore professor Cavallini e gli stili da lui individuati sia nella fiaba popolare di Collodi come in Dante, Leopardi, Alfonso Gatto, Raffaele La Capria, Elio Andriuoli, Clara Rubbi (gli autori di questa sua indagine critica). Ecco dunque che ci fa comprendere come la magia della letteratura consista nell'uso del linguaggio che si fa «stile» dell'autore. Ci rende vera la frase «non è tanto importante ciò che si dice (da non intendersi come diminuzione del contenuto) quanto come lo si dice», e ciò è appunto lo «stile» (che dà risalto al contenuto). In questa lettura il primo esempio che Cavallini ci offre viene dal celeberrimo episodio di Paolo e Francesca in Dante. Si riferisce all'uso del verbo ricorrente tre volte: «leggiamo» (v. 127) riferito al libro in cui è raccontato l'amore di Lancillotto e Ginevra, «leggemmo» (v. 133) per il momento decisivo del bacio, «più non vi leggemmo avante» (v. 138) per il peccato (tecnica allusiva del non detto) su cui Francesca interrompe il racconto stendendo un velo di riserbo e pudicizia. Un alto insegnamento in questo nostro tempo di panni sporchi lavati in pubblico con la cloaca delle intercettazioni che non ci risparmiano alcun «non detto». I saggi critici del libro ci fanno apprezzare la profondità di Cavallini, specialmente l'ultimo saggio dedicato ad Alzare le vele - Viaggio della mente oltre il confine (Type & Editing) di Clara Rubbi, presidente del Lyceum genovese. Il libro ci proietta alle apparenze allusive di Shakespeare in Amleto (parafrasando a memoria) del «c'è molto più in cielo e terra ...». MBres