Soltanto parole di CARTA

«Nicivù» scritto da un ingegnere che lavorò nell’impianto russo di Volgograd

La quarta copertina di «Nicivù» promette «un romanzo tra reality e fiction». Ma ci vuole poco a capire che nelle pagine del libro di reality ce n'è molto. Il tubificio attorno al quale si snoda il racconto fu realmente costruito sul finire degli anni '80 a Volgograd, in Russia, tra il mar Caspio e il mar Nero, da parte di Italimpianti, società del gruppo Iri, con testa e braccia che furono all'ombra della Lanterna. E i protagonisti di quell'operazione dai molteplici sprechi pure. Nomi non se ne fanno. O meglio, Marco Vezzani, l'autore, inventa quelli che fa. Ma basta un niente (in russo, appunto, «Nicivù»), come alcune foto di quegli anni e poche righe di descrizione, per scoprire in trasparenza molti volti dei protagonisti di quella storia.
Difficile non individuare il «professore» per antonomasia: dietro al professor Bravi non può che esserci Romano Prodi. «Un giovane e brillante enfant prodige della covata democristiana», uno e forse l'unico che «sapeva come quella vicenda si sarebbe conclusa». Un fallimento annunciato per un'operazione colossale che non poteva stare in piedi fin dalla nascita. Perché l'eccesso di compiacenza alla politica sovietica da parte degli italiani non si smentiva neppure con l'Urss sull'orlo della fine. Il contratto per la costruzione dell'impianto siderurgico andava fatto: prevedeva un rimborso di 800 milioni di dollari, mentre le richieste dei russi erano sempre nuove e sempre più esagerate. Tanto da portare i costi di quello stabilimento a oltre un miliardo di dollari (la realtà di vecchi documenti conferma «la perdita di 200 miliardi di lire per Italimpianti per quell'operazione» dice Vezzani). Costi che poi nessuno avrebbe più pagato e che avrebbero portato, solo a quel punto, il professor Bravi e i suoi amici, a dileguarsi... Nicivù, insomma.
Non solo: se l'operazione andava fatta «per il riequilibrio dello scambio commerciale italo-sovietico, fortemente sbilanciato a nostro sfavore» il contratto doveva accontentare «gli amici degli amici». Vezzani lo scrive: «I faccendieri si erano scatenati per assicurarsi subcontratti senza rischi, mentre i politici cercavano di inserirsi nel giro con le loro interessate mediazioni». E poi lo ribadisce al Teatro della Gioventù per la presentazione del libro: «Ho voluto scrivere un romanzo ma anche denunciare quel che è successo, per raccontare quegli intrecci tra cattiva politica e, a tratti, cattive gestioni». Compaiono amici, tanti amici. E tanti amici del professor Bravi come una serie di imprenditori bergamaschi, o come il Primario con la «P» rigorosamente maiuscola e tutti i suoi assistenti. «Il padre padrone di una delle più potenti imprese di costruzioni civili italiane», che tanto assomiglia a Franco Nobili. O ancora «il gigantesco imprenditore, ex nazionale di pallacanestro al seguito di Bravi»: sarà per caso Angelo Rovati, poi promosso consigliere alla presidenza del Consiglio con Romano Prodi primo ministro? Uno che a Volgograd aveva portato per davvero la sua società «Multiservice» a vincere l'appalto per la gestione della mensa per i circa tremila lavoratori dell'impianto. Ma non è difficile dare un volto («Se tra i protagonisti dei piani bassi ho giocato con la fantasia dello scrittore, a quelli alti non più di tanto» chiarisce l'autore) anche a numerosi personaggi come Fulvio Tornich (ingegner Grandi?), Nicola Trussardi (lo Stilista?) o ancora Domenico Luzzara (Diego Lazzari?) e perfino Alberto Gagliardi, allora responsabile della comunicazione per Italimpianti.
Grande storia che profuma di mezzo pentimento, se non altro morale, di un tecnico come Marco Vezzani, ingegnere testimone e protagonista di quella vicenda. Militante della sinistra (in passato consigliere comunale a Genova tra le file del Pci) ai tempi tecnico di Italimpianti, che tuttora simpatizza non certo a destra ed è al vertice di Ami spa, società partecipata da Tursi, e che a Volgograd aveva lavorato. Palpitante il capitolo sull'omicidio (anche qui c'è del vero: due uomini della Italimpianti furono assassinati e un magistrato savonese indagò senza troppo successo). Per raccontare uomini e porcate, proprio come una «fattoria degli animali». Più moderna e meno conosciuta.
«Nicivù», di Marco Vezzani, 191 pagine, 18 euro, edito da Red@zione.