Lo stadio della Sampdoria, vera opportunità per Genova

(...) E, anche per evitare tutto questo, proprio a partire da questa settimana, dico già subito che daremo voce a tutti, favorevoli e contrari, fornendo a chi ci legge tutti gli strumenti per farsi un'opinione. Un giudizio, per l'appunto. Non un pregiudizio.
Però, visto che non mi piace essere ipocrita, gioco subito a carte scoperte e dico la mia. Che è un parere favorevole allo stadio della Sampdoria, anche se con tanti se e con tanti ma. A partire dal principale: l'investimento sullo stadio (con relativi utili e perdite, ovviamente) deve essere privato, senza pesare sulle casse pubbliche. Ma è anche giusto che chi fa un investimento che ha un ritorno sociale, anche e soprattutto in termini di posti di lavoro, sia in qualche modo ricompensato con quelle che, anche tecnicamente, si chiamano «compensazioni». Cioè la concessione di aree o diritti, anche in altre zone della città, a coloro che investono con finalità pubbliche. I dietrologi di professione vedono in tutto questo inciuci o complotti. Molto più semplicemente, è una possibilità prevista (e rigidamente regolamentata) dalla legge. Ergo, se la Sampdoria avrà diritto a compensazioni, le deve avere. Se non ne ha diritto, zitti e a cuccia. È tanto difficile? Secondo paletto, quasi una trave: la viabilità. Chiaramente, quella attuale non può essere sufficiente. E un ingresso in zona fieristica da ponente - ad esempio nella parte di via dei Pescatori che attualmente è dietro le riparazioni navali e che non passerà alla storia come un modello di bellezza urbanistica e architettonica - è certamente necessario, così come potrebbe esserlo un'uscita dedicata della Sopraelevata, anche in questo caso con patti preventivi su chi debba pagare il conto del nuovo svincolo.
Insomma, non stiamo qui a difendere capanne con i tetti di eternit o altro che, certo, non abbelliscono la zona dietro l'ingresso a ponente della Fiera. Così come, allo stesso modo, mi sembrerebbe surreale difendere l'attuale Palasport: l'opera, certamente bella e pregevole quando è stata realizzata, purtroppo ora sente l'«ingiuria degli anni» per dirla guccinianamente. Non è adatta ai concerti, per irrisolvibili problemi di acustica. È troppo grande per tutte le manifestazioni annuali che non siano la Fiera Primavera o Natalidea, neppure più il Nautico.
Soprattutto, il palasport è costruito con criteri assolutamente vintage per le concezioni architettoniche odierne e basta farsi un giro, soprattutto al piano superiore, per capire come non possa essere proponibile nel 2013. Anzi, dirò di più: occorre togliersi dalla testa anche ogni proposta di ristrutturazione del Palasport. Con una struttura simile, i costi per i lavori sarebbero molto più alti di quelli per la costruzione di uno nuovo o per la demolizione. E sono assolutamente d'accordo con l'ottimo Giampiero Timossi del Secolo XIX, che al vecchio padiglione S ormai improduttivo - come se fosse un'icona di muratura di una città che non sa più rialzarsi e continua a guardare indietro a cose che non sono più come trent'anni fa - riserverebbe la sorte generalmente riservata al suo sigaro. Lo incenerirebbe, anche con lo sguardo.
Terzo paletto: il nuovo stadio non deve interferire con la Fiera e soprattutto con i suoi due prodotti migliori, il Nautico ed Euroflora, che pure arriva una volta ogni cinque anni. Ma, anche in questo caso, è espressamente prevista dalla Lega Calcio la possibilità di tarare i calendari sulla base delle necessità delle città ospitanti e, quindi, il problema è facilmente risolvibile. Del resto, il fatto che si giochino due partite di fila in trasferta non è propriamente una rivoluzione copernicana del calcio. E, soprattutto, le date delle fiere principali ospitate alla Foce si conoscono con largo anticipo. Quindi, nessun problema particolare.
Il quarto paletto è quello che mi sta più a cuore e cioè la vivibilità di Carignano e della Foce. Certamente comprendo i dubbi, le perplessità e - perchè no - anche le paure dei residenti dei due quartieri che più di tutti subirebbero l'impatto di un nuovo impianto. Ma provo anche a ribaltarle. Qualche giorno fa, una nostra cara amica e lettrice, la signora Fossati, che vive alla Foce, mi parlava negativamente nel nuovo stadio, soprattutto alla luce di come è cambiato - ovviamente, in peggio - il suo quartiere, anno dopo anno. Lasciato deperire da istituzioni che non solo non difendono i cittadini perbene, ma abbandonano quelli perbene. Però lì sta il punto: io credo che lo stadio - uno stadio così - potrebbe essere davvero l'occasione di un rilancio della Foce rispetto all'abbandono di oggi e al proliferare di sale slot, negozi di sigarette e massaggiatrici. Non certo la mazzata definitiva.
Un alto paletto potrebbe essere certamente quello occupazionale. La crisi della Fiera è drammatica e, diciamolo chiaramente, non è colpa dell'attuale presidente Sara Armella e dell'attuale amministratore delegato Antonio Bruzzone. Noi, soprattutto con lei, abbiamo polemizzato spesso e volentieri e il suo essere così fumantina, così sanguigna in ogni sua espressione, non ha aiutato. Ma, con onestà intellettuale, non dimentichiamo che ha fatto bene alla Spim e che nel suo lavoro è una delle eccellenze genovesi. Non è colpa di Armella e Bruzzone se Pericu e i suoi hanno voluto un padiglione B così e non è colpa loro se la crisi delle Fiere ha spazzato via anche roba come il Motor Show che rendeva Bologna inavvicinabile per dieci giorni. Però l'idea che i 31 «esuberati» su 57 dipendenti siano ricollocati, mi piace. Così come mi piace pensare che lo stadio porti a Genova migliaia di posti di lavoro e di indotto, anche turistico.
Il resto, lo dice la foto del modellino del nuovo stadio della Sampdoria, che peraltro lascerebbe in vita per il Genoa anche un patrimonio storico ed emozionale come il Ferraris, in cui tutti noi abbiamo un pezzo di cuore. Insomma, Marassi. E il nuovo. Che, così bello, in un posto così bello, esisterebbe solo a Genova, unico al mondo.
Sarebbe un sogno. E una volta tanto, anche a Genova, sarebbe bello sognare. Anzichè risvegliarsi ogni giorno un po' più poveri.