Le telecamere, battaglia di civiltà

(...) Perché racconta le due Italie, quella del fare, e quella del chiaccherare, degli Azzeccagarbugli. E questa seconda Italia, purtroppo, è quella che domina troppo spesso a Genova.
E anche qui, per capire meglio, torniamo sulla Genova-Salerno, come se fosse un'autostrada delle idee, una direttissima, per viaggiare nei fermi immagine di una storia che è più efficace di ogni lungo trattato sociologico per raccontare come il vero male, nemmeno troppo oscuro, di Genova sia la mancanza di una sinistra riformista che punti ai risultati e non alle pure ideologie, spesso senza riferimento e aggancio alcuno con la realtà di tutti i giorni.
Primo fermo immagine: centro storico di Salerno. Ovunque, ci sono telecamere, quasi a grappolo, tutte indicate correttamente dai cartelli previsti dalla legge per informare i cittadini del fatto che potrebbero essere individuati dall'occhio elettronico. Soprattutto, nessuna telecamera è vandalizzata e, a ogni angolo degli splendidi e pulitissimi vicoli, si spiega che i reati saranno repressi e colpiti anche con l'aiuto decisivo della videosorveglianza.
A voi sembra il Grande Fratello, una sorta di Orwell in salsa salernitana, qualcosa di terribile? A me sembra semplicemente una cosa che aiuta a tenere ordinata, pulita e sicura la città. Un diritto assoluto che certo non può essere barattato con la sedicente privacy di chi, invece, sogna intercettazioni sempre e comunque a colazione, pranzo e cena.
Secondo fermo immagine: centro storico di Genova. Telecamere ce ne sono, ma sono davvero pochine. I centri sociali, addirittura, hanno predisposto un apposito timbro con cui griffano tutti i muri della zona per dire no alle telecamere. Così, anzichè dover fare un graffito su ogni casa, che richiede più tempo e impegno, prendono lo stampino, lo passano nella vernice fresca e insozzano il muro in questione con molta più facilità.
Ma, al di là dei risvolti artistici della storia, il punto è che - con la scusa della privacy, finta - troppo spesso a Genova si tutelano delinquenti, veri. E troppo spesso, la politica dà loro guazza. Ricordo, ad esempio, le polemiche della sinistra - della sua parte più massimalista quantomeno, troppo spesso assecondata da un Pd non sufficientemente coraggioso, oggettivamente peggiore di quello di oggi - che bloccarono o rallentarono quelle stesse telecamere, viste proprio come un inaccettabile Grande Fratello teso a militarizzare i vicoli.
Addirittura, molti di quelli che poi sarebbero diventati supporters di Marco Doria alle primarie prima e alle elezioni poi, ne fecero una questione di principio e quelle telecamere, così come i cancelli che chiudono alcuni vicoli, vennero viste come il fumo negli occhi e osteggiate in ogni modo. Così come ci furono ad esempio ricorsi dell'amministrazione Pericu contro l'«intromissione» della giunta Biasotti che voleva più telecamere, a giudizio del centrosinistra ledendo le prerogative comunali e allargandosi troppo. Ora, chiedo semplicemente: è più importante avere più telecamere (e più sicurezza) o meno telecamere (e meno sicurezza) usando forze ed energie per discutere chi deve metterle?
Dal passaggio attraverso questa domanda, passa la differenza fra una sinistra massimalista e una sinistra riformista, fra una sinistra di governo e una sinistra che non sa esserlo, fra il fare e i cavilli. Fra Genova e Salerno. Fra Doria e De Luca.
(5-continua)