Terzo Valico, viaggia lenta l'indignazione della sinistra

(...) in soffitta l'odiato progetto del Terzo Valico, fra tutti gli altri è un coro di indignazione, di sdegno, di sgomento.
Ma, posso dirlo?, almeno quelli che festeggiano per la morte prematura per progetto (che tale non è, come vedremo) sono coerenti. Coerenti nella coerenza in quello che per me è un errore gravissimo che firmerebbe la morte di Genova, certo. Ma comunque coerenti.
Il problema sono gli altri. Quelli che oggi si indignano e si stracciano le vesti ma non mossero un sopracciglio quando il governo Prodi, con ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro, cancellò completamente il Terzo Valico dalla lista delle opere pubbliche prioritarie. Anzi, in quell'occasione, alcuni di coloro che oggi si strappano i capelli (ovvio, avendone ancora, visto che non se li sono strappati allora), spaccavano quegli stessi capelli in quattro. Per dire che no, però, insomma, non è che il governo Prodi fosse così cattivo e che quel taglio era doveroso, ma chissà, forse, un domani, però...
Per la cronaca, è la stessa sinistra genovese e ligure scesa in massa a Roma per le sedute per eleggere il presidente della Repubblica con l'idea fissa che quello stesso Romano Prodi - quello stesso del Terzo Valico, quello stesso della liquidazione dell'Iri come ricchezza della città di Genova, quello stesso contro cui le sezioni del Pci volantinavano a Sapierdarena e Cornigliano indicandolo come il maggior responsabile della decrescita dell'industria e della città - sarebbe stato il loro capo dello Stato. E, per una volta senza sfumature, tutti insieme appassionatamente, da Claudio Burlando a Lorenzo Basso, erano felicissimi che al posto di Napolitano ci andasse Prodi. Poi, la carica dei 101 salvatori della patria ha sventato il disegno, e i sorrisi della pattuglia ligure si sono trasformati in somma tristezza per non aver visto il loro candidato preferito al Quirinale.
Ma, per l'appunto, la storia è tutta qui: Prodi l'aveva tagliato davvero e gli amici di Prodi che oggi piangono per il taglio (finto) del treno veloce, non avevano battuto ciglio o quasi. Mentre solo il governo Berlusconi, ma soprattutto il presidente della Commissione Trasporti del Senato Luigi Grillo, l'unico - l'unico! - che ci ha sempre creduto in tutto e per tutto, a volte persino troppo quando le circostanze sembravano congiurare contro il Terzo Valico, con un ottimismo e una perseveranza che sembravano folli e forse lo erano, erasmianamente folli, ha reintrodotto l'opera.
Quindi, veniamo ad oggi. Certamente, occorre vigilare affinchè lo storno di fondi deciso dal consiglio dei ministri dell'altro giorno nel «decreto del fare» sia temporaneo, come assicura il governo, e non definitivo. Certamente, occorre stare attenti affinchè non avvengano strani blitz e in questo senso è positivo che osservatori onesti intellettualmente e capaci professionalmente come Francesco Ferrari del Secolo XIX lancino l'allarme. Ma è anche vero che il ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi ha messo nero su bianco che «non c'è nessun definanziamento e le opere strategiche che sono già programmate andranno avanti. Non vengono tolte risorse nè al Terzo Valico, nè alla Tav, ma useremo l'accorgimento di usare i flussi di cassa». Addirittura, Lupi, per il valico dei Giovi dà anche la data del reintegro dei fondi: «Il ripristino delle risorse per la Milano-Genova, di cui una quota viene ora parzialmente utilizzata, è già previsto in un decreto all'esame del Parlamento e già approvato dal Senato, che verrà convertito entro il 21 giugno».
Ma, altrettanto certamente, è vero che la logica del decreto è quella di spostare soldi da cantieri che verranno a cantieri che possono venire anche domani. E questa, oggettivamente, non è la condizione del Terzo Valico. Anche per i problemi connessi a dove mettere il materiale di risulta dei cantieri, lo «smarino»: si è detto sempre che sarebbe servito per il ribaltamento a mare di Fincantieri a Sestri Ponente, ma in questo momento anche quest'opera è ferma. E allora che si fa?
Questa, fra l'altro, è un'altra storia tutta da raccontare. Perchè oggi il ribaltamento è praticamente fermo. Ma quel che è gravissimo è che, quando il ribaltamento sarebbe stato urgente e l'azienda ne aveva bisogno come il pane per affrontare carichi di lavoro sempre crescenti, proprio da Genova - perchè tutto nasce e soprattutto tutto finisce sempre a Genova - si bloccò e rinviò tutto con le scuse più varie e soprattutto eventuali. Risultato: niente ribaltamento e, al momento, nemmeno la necessità immediata dei materiali di smarino. Ed è la stessa storia di quando il numero uno di Fincantieri Giuseppe Bono, manager con i controfiocchi e i controqualcosaltro, chiese la quotazione in Borsa dell'azienda. Anche lì una certa sinistra genovese, persino quella sedicente moderata, con l'appoggio di una parte dei media e addirittura di una parte del centrodestra, corse dietro alla Fiom e fece perdere un'occasione che avrebbe permesso, già allora, di raccontare un'altra storia.
Signori, questa è Genova.