Torino sa far fruttare i finanziamenti

Carissimo Massimiliano, lo scorso 14 febbraio, trovandomi occasionalmente a Torino, ho avuto modo di assistere alla conclusione di una serie di iniziative culturali raggruppate sotto il titolo accattivante di «Innamorati della cultura», volutamente organizzate nel giorno di San Valentino. Che si trattasse di eventi politicamente targati era ovviamente prevedibile, e lo si avvertiva soprattutto nei discorsi conclusivi da parte degli amministratori comunali e regionali che facevano ripetutamente riferimento ai presunti tagli del governo, ma tutto sommato il tono era pacato e mantenuto nei limiti della correttezza (faceva eccezione il neo vincitore del discusso premio Grinzane Cavour, lo scrittore Roberto Pazzi che, con enfasi degna di miglior causa, citava una frase di Goebbels sulla cultura per evocare scenari neo nazisti suscitati a suo dire dalle scelte del governo) Vorrei da un lato esprimere un plauso bipartisan agli ideatori di questa iniziativa, e dall'altro stigmatizzare l'opposto comportamento degli amministratori di casa nostra. A Torino teatri aperti, concerti di musica classica e moderna, spettacoli itineranti che hanno coinvolto centinaia se non migliaia di artisti di strada, code interminabili davanti ai musei, il tutto rigorosamente gratuito. Non era del tutto ingiustificato quindi l'orgoglio di una città che ha saputo approfittare delle occasioni che le si sono offerte, vedi ad esempio le olimpiadi invernali, per rivitalizzare un ambiente urbano che stava languendo da decenni in una crisi che sembrava irreversibile, aprendo nuovi centri culturali e operando importanti interventi infrastrutturali, come ad esempio una linea metropolitana di concezione moderna, soprattutto in ordine alla sicurezza. Anche a Genova le occasioni di finanziamento non sono mancate, anzi, probabilmente sono state più numerose: in ordine cronologico, i mondiali di calcio del 1990, le Colombiane del 1992, il G8 del 2001, l'attribuzione di Capitale della Cultura nel 2004, ma i risultati non sono stati all'altezza del flusso di denaro che ha attraversato la nostra città. Caro Lussana, so di sfondare con lei una porta non solo aperta, ma addirittura spalancata, ma desidero con queste mie righe invitarla, se lo ritiene giusto, a riprendere sul nostro Giornale il discorso sulla cultura a Genova, o meglio sulla cultura della non cultura che sembra caratterizzare il volto plumbeo della nostra amata città.