Il «vero reato» di Lusi? Aver scippato i voti liguri

(...) elettorali della defunta Margherita, e quindi di tutto possiamo venire accusati tranne che di simpatia per l’ex tesoriere del partito e senatore del Pd ligure (oggi nel gruppo misto). Fra l’altro, almeno per alcuni dei fatti che gli sono stati contestati, Lusi è reo confesso. Ma si tratta di fatti per cui non scatta l’arresto.
Però. Però, come ha scritto Fabrizio Rondolino sul Giornale di ieri, un conto è la simpatia e un conto la lettura delle carte arrivate in Senato. Dalle quali, a mio parere, come hanno spiegato benissimo gli interventi dell’avvocato di Silvio Berlusconi e senatore Pietro Longo e quello dell’ex presidente del Senato Marcello Pera, non emergevano in alcun modo le esigenze cautelari nei confronti di Lusi. Quindi, in nome del garantismo che deve valere anche e soprattutto per gli avversari politici e anche e soprattutto per chi magari non ci sta simpaticissimo, mi pare ragionevole la posizione di chi ha spiegato che se Lusi non fosse stato senatore, ma un comune cittadino, magari non sarebbe stato richiesto l’arresto nei suoi confronti. E fa male vedere alcuni suoi ex amici e alcuni suoi ex compagni di partito in Liguria, come Roberta Pinotti che ha cinguettato su twitter, con un commento che riporto facendovi grazia di tutti i cancelletti connaturati all’essenza dei tweet: «Basta con il fango indistinto su tutti: il PD vuole voto PALESE su Lusi e voterà per arresto, diteloagrillo». Promessa mantenuta, ma forse era meglio leggere le carte processuali più che il blog di Grillo che fa, legittimamente, la sua partita.
E così Luigi Lusi, da mercoledì sera, è il primo senatore arrestato nella storia della Repubblica Italiana, il sesto parlamentare, dopo Francesco Moranino, comunista condannato per l’omicidio di sette persone durante la resistenza, e poi scappato in Cecoslovacchia e graziato dal presidente Saragat; Sandro Saccucci, missino accusato dell’omicidio del giovane comunista Luigi Di Rosa a Sezze Romano nel 1976 (autorizzazione all’arresto negata una prima volta e poi concessa quando Saccucci era già all’estero), infine assolto; Toni Negri, cattivo maestro degli anni di piombo, deputato radicale, anche lui scappato in Francia dopo l’autorizzazione all’arresto, passata anche con il voto dei suoi colleghi di partito, e poi rientrato dopo anni a scontare il residuo di pena; Massimo Abbatangelo, il primo a finire in carcere per violazioni delle disposizioni sulle armi nell’attentato contro una sezione comunista a Napoli nel 1970. Sei anni dopo il primo arresto, il 18 gennaio 1984, arrivò una seconda richiesta di carcere per Abbatangelo, ma fu respinta. E infine, come Saccucci, venne assolto. Infine, in questa legislatura, prima di Lusi, finì in carcere per 101 giorni il deputato del Pdl ed ex magistrato Alfonso Papa, ma anche in questo caso le successive carte processuali hanno detto che probabilmente l’arresto era eccessivo. Mentre l’altro senatore pidiellino Nicola Di Girolamo, per cui l’arresto è stato chiesto due volte, si è dimesso prima del voto di Palazzo Madama, che sarebbe stato con ogni probabilità favorevole all’arresto, ed è andato a costituirsi in carcere dove sta scontando la pena.
Quella per Luigi Lusi è stata la richiesta di arresto numero 99 della storia della Repubblica italiana, arrivata sulla base della nuova formulazione del primo comma dell’articolo 68 della Costituzione, modificato nel 1993 in pieno clima di Tangentopoli: «Senza autorizzazione della Camera alla quale appartiene, nessun membro del Parlamento può essere arrestato o altrimenti privato della libertà personale, o mantenuto in detenzione, salvo che in esecuzione di una sentenza irrevocabile di condanna, ovvero se sia colto nell’atto di compiere un delitto per il quale è previsto l’arresto obbligatorio in flagranza». Anche se, in realtà, i deputati e i senatori per cui è stato chiesto l’arresto sono molto meno di 99, una cinquantina, contando le richieste plurime a carico dello stesso parlamentare. Per la cronaca, il record rimane a Severino Citaristi, tesoriere storico della Democrazia Cristiana, uomo perbene se ce n’era uno, che non si è mai messo una lira in tasca ed è morto di tumore. Avrebbero voluto arrestarlo dieci volte.
Ma se Lusi è stato il primo «ligure» (d’elezione) per cui i magistrati hanno chiesto l’arresto al Parlamento, c’è un altro deputato ligure (di nascita) per cui, nella scorsa legislatura venne richiesto l’arresto, sia pure ai domiciliari. Bocciato dopo il dibattito più breve della storia delle richieste d’arresto, con un voto quasi unanime, che mise d’accordo persino i dipietristi e i comunisti di Rifondazione. Si trattava dell’imperiese Vittorio Adolfo, in quel momento deputato dell’Udc, ex assessore ai Trasporti della giunta Biasotti e oggi leader dei «Popolari liberali», il partitino che fa capo a Carlo Giovanardi.
Fecero bene, quella volta, i deputati a dire no all’arresto. Perchè, se Adolfo non fosse stato parlamentare, sarebbe stato arrestato. Ma, dopo il «no» alla detenzione della Camera, non è mai stato interrogato, non è mai stato rinviato a giudizio, non ha avuto comunicazioni sui procedimenti che lo riguardavano. Ma, facendo ricordo al tribunale del riesame contro la richiesta di arresti domiciliari a suo carico, ha scoperto che nel frattempo il provvedimento era già stato revocato dagli stessi magistrati che l’avevano richiesto. Garantisti come i deputati, ma garantisti dopo i deputati.
Ma, a parte i due liguri e i sei arrestati di cui vi abbiamo raccontato, ecco un rapidissimo viaggio nei brandelli d’Italia delle richieste d’arresto a carico di parlamentari. Alla Camera, nella seconda legislatura, i giudici chiesero l’arresto di Gorreri e Cavallotti; nella quarta di Dietl; nella sesta di Frau e Ippolito; nella nona di Manna. L’undicesima, quella di Tangentopoli, fece registrare il boom, con 28 richieste di arresto, 15 restituite ai magistrati dopo la modifica dell’articolo 68 della Costituzione e 13 respinte: Culicchia, Manti, Nucara, Tabacci, Di Giuseppe, Romano, Rotiroti, Fortunato, Formica, Borgia, De Lorenzo e Giulio Di Donato, poi arrestato alla scadenza del mandato. Nella tredicesima legislatura arrivò il no all’arresto di tre azzurri (Previti, Dell’Utri e Giudice) e per due volte quella di Cito. Nella quattordicesima due azzurri, Sanza e Blasi, il diessino Luongo e di Giandomenico dell’Udc; nella quindicesima Adolfo, Fitto e Simeoni e in quella attuale Margiotta del Pd, e i pidiellini Papa, arrestato, Milanese, Angelucci e Cosentino, due volte.
Al Senato, prima di Lusi, chiesero l’arresto nella terza legislatura per Marchisio (per «concorso in omicidio volontario continuato aggravato»); nell’ottava due volte per Pittella per «insurrezione armata contro i poteri dello Stato», «guerra civile», «banda armata», «eversione dell’ordine democratico» e «finalità di terrorismo»; nella nona per Murmura; nell’undicesima per Napoli («ricettazione»), Merolli, Moschetti (quattro volte), Piccolo e per l’appunto le dieci di Citaristi. Nella dodicesima per Carmine Mensorio del Ccd per «associazione di tipo mafioso»: l’aula votò contro l’arresto, ma il senatore si suicidò gettandosi dal traghetto con cui stava tornando in Italia dalla Grecia, dove era latitante da mesi. Nella tredicesima legislatura toccò a Firrarello, nella quattordicesima a Marano, Onorato, Nocco e Messa, tutti azzurri, e in quella attuale due volte a Di Girolamo, a Nespoli e a De Gregorio, tutti del Pdl, e due volte a Tedesco, fino a Lusi, eletti nel Pd e finiti nel misto.
È stata una storia lunga e forse faticosa. Ma è un pezzo d’Italia e valeva la pena raccontarla.
Ribadendo che, a nostro parere, il primo «reato» di Lusi non è quello che l’ha portato all’arresto. Ma il fatto che il Pd l’abbia paracadutato in Liguria, grazie all’orrida legge elettorale del Porcellum, indebolendo la nostra regione. Prima ancora di accorgersi che Lusi era Lusi.
Si tratta di un «reato» politico, per cui non è richiesto l’arresto. Solamente, liste pulite e migliori. E non pensare a liste così è un «reato» più grave.