Il viaggio dello «sciacallo» è iniziato nei caruggi

La certosina pianificazione di un attentato esaltata dal contrasto con la spasmodica ricerca dell'attentatore. La narrazione de «Il giorno dello sciacallo» si alterna nervosamente tra queste due sfaccettature della storia di un killer spietato (Edward Fox), ingaggiato dall'OAS francese per mettere fine alla vita e al governo di Charles De Gaulle dopo la concessione dell'indipendenza all'Algeria. La produzione di questo thriller dal respiro internazionale risale al 1973, diretta dal celebre Fred Zinnemann (Mezzogiorno di fuoco) e ispirato fedelmente all'omonimo famoso romanzo di Frederick Forsyth. L'adrenalinico viaggio verso Parigi di questo imprendibile assassino, dall'aspetto dandy in contrasto con lo stereotipo cinematografico, ha inizio proprio a Genova. Egli commissiona la fabbricazione di un fucile di precisione smontabile e si procura dei documenti falsi, nonostante fosse già sotto una falsa identità acquisita a Londra, dopodiché parte a bordo di una Spider in direzione Parigi. Durante i suoi frequenti spostamenti e cambiamenti di aspetto viene costantemente inseguito dal più abile investigatore della polizia parigina, Claude Lebel, incaricato da un apposita unità di crisi di monitorare e prevedere ogni suo possibile spostamento. Dopo una serie di peripezie, che coinvolgono anche una donna innamorata di lui e infine barbaramente uccisa, il protagonista riesce a raggiungere Parigi e programmare l'attentato il giorno di una delle tante uscite pubbliche del generale De Gaulle. Durante la cerimonia della festa della Liberazione presenziava però anche l'investigatore Lebel che, ignaro del preciso progetto dello Sciacallo, riesce a scovare il killer grazie ad una finestra socchiusa sommata ad una buona dose di intuizione. L'assassino spara l'unico e decisivo colpo di fucile mentre il generale si abbassa fortuitamente; questo errore permette all'ispettore di giungere «in tempo» e uccidere l'attentatore, la cui identità rimane oscura anche dopo la morte.
Ritroviamo nella nostra città una sintesi cinematografica della dicotomia giustizia/criminalità che aveva già caratterizzato numerose pellicole «genovesi», tra cui la serie di polizieschi trattati negli scorsi articoli. Da Brignole a Principe, da Sottoripa a Sampierdarena, il rapido passaggio del protagonista ha finalità unicamente malavitose: deve procurarsi un arma adatta e dei nuovi documenti. La scelta della Superba come luogo ideale dove concretizzare questi torbidi scopi sottolineano ancora una volta il fascino noir mediterraneo dei caruggi. È importante sottolineare però come in questo caso, nell'ambito della carrellata di immagini sui paesi in cui si sposta il protagonista, non sia visivamente accentuata l'oscurità o il mistero che spesso caratterizzano i vicoli genovesi in narrazioni di questo tipo. Piuttosto, la prima inquadratura con cui ci viene mostrata Genova, raffigurante sulle note di «Nel blu dipinto di blu» la sopraelevata vista da Sottoripa (peraltro non ancora costruita nel 1963, anno di ambientazione del film), viene tagliata da uno scorcio di bucato colorato appeso alle finestre suggerendo tutt'altro che cupa criminalità. La vita nei vicoli è descritta come al solito in maniera molto dinamica, ma ci introduce ad una città più calda e accogliente in relazione, ad esempio, al centro storico tenebroso di «Genova - un luogo per ricominciare» diretto da Winterbottom.
Questo particolare discorda con la classica Genova dispensatrice di delinquenza, forse per la tendenza generale del film a elevare la polivalenza dell'ambiente metropolitano genovese al livello delle grandi capitali come Londra, Roma e Parigi. Non vi sono eccessive differenze nella presentazione di queste quattro città e questo modo di «internazionalizzare» Genova rende senza dubbio onore alla sua grande storia. La Superba diventa a suo modo capitale, nell'ambito di una vicenda di caratura europea (se non mondiale) che gli permette di non subire l'influsso dello scomodo ruolo funzionale affibbiatogli dalla vicenda.
Registicamente, il film presenta numerosi punti di forza che mantengono la produzione su livelli qualitativi molto alti. Tra molti pregi, spicca la precisione maniacale con cui viene edificata una sceneggiatura scorrevole e coinvolgente, costellata di ingredienti narrativi collaudati e sapientemente dosati che animano curiosità e tensione nello spettatore (ad esempio il montaggio alternato).
Il paradigma di riferimento è quello dei tipici film di spionaggio inglesi degli anni '70: essenziali, asciutti, morbosamente scanditi nel loro procedere. I costanti riferimenti spazio-temporali e l'assenza di spettacolarizzazione nelle scene d'azione conferiscono alla pellicola un ottimo grado di realismo (come nel caso della lunga regolazione del mirino del fucile effettuata dal protagonista sul Monte Moro).
Purtroppo, le 2 ore e mezza di durata risultano parzialmente ingiustificate e, dopo aver elencato numerosi pregi del film, la «burocratizzazione» del thriller (con descrizioni accurate dei passaggi alla dogana e della gestione dei centralini) rischia di essere l'unico neo in un opera di rilevanza assoluta.