Tra la gente crescono i timori ma le filiali fanno finta di niente

Un vicedirettore: «Macché utili, spesso si gonfiano i conti per far finta che va bene»

Non abito in una metropoli; abito a Este, in provincia di Padova, un incantevole borgo di diciassettemila anime. Mi sono detto: «In questi giorni, in particolare qui, nel Veneto, tutti sparano contro le banche; perché non provare ad andare contro corrente? Perché non scrivere e dar voce a chi nelle banche lavora? Qui ci conosciamo tutti, mica siamo a Roma o a Milano. In provincia l’osservatorio è privilegiato; la gente non teme ritorsioni, non ha paura; magari cercheranno di indorare un po’ la pillola, ma i miei interlocutori qualcosa mi diranno, mi spiegheranno».
Ed invece, roba da non crederci. Ho appena fatto il giro delle sette chiese, pardon, delle diciassette banche e ho trovato solo bocche cucite, imbarazzate, maldestre telefonate a uffici stampa che si sono limitati a rispondere: «Non registriamo alcun significativo cambiamento nei flussi e nei prelievi; niente panico, è tutto a posto». Qualcuno addirittura mi ha lasciato fuori dalla porta e mi ha parlato attraverso il citofono: «Deve ripassare agli orari di ufficio; deve prendere un appuntamento». Oppure: «Noi siamo una rete commerciale; una semplice filiale; non possiamo rispondere a domande di carattere generale».
Loro non spiegano, non sanno, non conoscono; eseguono. Se gli chiedi: «Com’è possibile che a fronte di profitti quadruplicati negli ultimi tre anni, qualcuno è sul punto di chiedere un aiuto pubblico per coprire eventuali buchi?», ti rispondono: «A questa domanda non possiamo rispondere; deve rivolgerla a qualcun altro». Solo un simpatico vicedirettore di una cassa di credito cooperativo, prima mette le mani avanti e asserisce: «Che ci sia il buco è tutto da vedere...», quindi abbozza un sorriso malandrino ed aggiunge: «E poi siamo sicuri che i profitti registrati ci siano stati davvero? Spesso per dimostrare ai soci e agli azionisti che le cose vanno bene, si gonfiano un po’ le cifre...».
«Noi piccole banche - chiosa con aria immalinconita - non siamo mica come i grandi gruppi bancari; i miei colleghi delle filiali “forti”, ricevono ogni mattina telefonate intimidatorie dai superiori che gli ordinano di aumentare a tutti i costi la raccolta; soprattutto qui in provincia, al vecchio artigiano di turno, o alla sua vedova, magari mezza sorda, è stata venduta vera e propria “robaccia”; titoli “derivati” al limite della truffa...».
L’inquietudine cresce a dismisura. Ma in che razza di mani mettiamo i nostri risparmi? Come definire un sistema che ti fa intendere: «È tutta colpa degli americani e della stampa. E poi Berlusconi e Tremonti ce l’hanno con noi: a furia di rassicurare i cittadini sulle banche, stanno diffondendo un panico crescente...»? Come definire le cosiddette piccole filiali che non possono rispondere a domande di carattere generale, e che, da queste parti, negano finanziamenti ed aiuti a piccole e microimprese di giovani che ancora osano creare ricchezza, assumere personale, investire in innovazione e tecnologie, ma che si vedono respinte richieste di finanziamento, a meno che non siano figli di papà, «amici degli amici», o raccomandati a sufficienza? Un caso su tutti, che ci piacerebbe veder stigmatizzato dai giornali progressisti che parlano di «razzismo» quasi sempre a vanvera: un imprenditore che proviene dall’Est e che ha un’impresa di quindici dipendenti assunti regolarmente e che si dividono in almeno dieci cantieri per volta, si vede puntualmente privato del prestito, «perché non ha case, non ha immobili, non possiede alcuna garanzia». La domanda sorge spontanea; ma come fa uno che ha bisogno di continua liquidità a comprare una casa, se i soldi che prende gli servono a tenere in vita l’impresa stessa? Non bastano i contratti, le fatture, il suo volume d’affari a garantire una banca? «Sì - rispondono i burocrati dietro la cassa e la scrivania - basta però che l’azienda in questione abbia almeno tre anni di vita».
Ma come fa uno come il mio amico Miloslav ad arrivare a tre anni di attività, se nessuno lo aiuta a risolvere il problema della liquidità?
Come definire la filiale di una grande banca, che qualche anno fa umiliò il giovane Sergio, figlio di contadini, ed oggi ingegnere, che, in quanto studente, aveva sul proprio conto poche centinaia di euro, depositate dai suoi santi genitori per dargli un parvenza di autosufficienza, visto che quello stesso studente, un bel giorno, si è visto recapitare una lettera ufficiale, firmata dal Direttore in persona, che diceva: «A seguito della scarsa movimentazione, invitiamo il Cliente a prendere contatto con i nostri uffici»? (Per la verità ho sistemato la sintassi, visto che quelle poche righe a lui destinate erano pure sgrammaticate...).
«Maledico la mia banca e tutte le banche perché hanno privato mia moglie, dopo anni di sacrifici, di vivere in una casa tutta nostra; su consiglio dei consulenti sono finito in quella truffa infame dei mutui “Ecu” e ho pagato la casa di fatto due volte. Ho quasi settant’anni; lavoro dall’età di dieci anni; ho finito di pagare tre anni fa. Ma l’amore mio è morta un anno prima» mi confida rabbioso e con lo sguardo inumidito un vecchio meccanico.
Sapete che vi dico, cari concittadini e schiavi italiani, ignari e felici vittime di banche che non rischiano un centesimo, mentre manager geniali divorano milioni di euro? Evviva le banche americane; sì, evviva anche quelle che hanno fallito. Perché loro, almeno, un sogno lo hanno fatto sognare ai Miloslav, ai meccanici e al loro grande amore, agli squattrinati studenti d’Oltreoceano; hanno permesso loro di cominciare un’attività, hanno rischiato, investito (talvolta male), sulla giovinezza americana che, in molte circostanze, ha creato vere e proprie fortune imprenditoriali grazie a quegli aiuti.
E l’inquietudine diventa un solo, agghiacciato brivido sulla pelle di questo sempre più povero Paese, nel momento stesso in cui Giulio Tremonti ha riconciliato l’Italia delle persone perbene con la politica, ammonendo: «Togliete immediatamente l’emendamento per cui gli amministratori delle banche vengono sollevati da ogni responsabilità, oppure me ne vado».
Solo un consiglio, caro Tremonti. Le dico le stesse cose che, qualche lustro addietro, Bettino Craxi ha proferito dinnanzi ai suoi compagni di partito che si stavano adoperando per salvare Tortora dalla gogna. Disse letteralmente: «Ma che cazzo state facendo? Non avete ancora capito che chi tocca la magistratura, in questo paese, muore?».
Caro Tremonti, altrettanto letteralmente: è consapevole che chi tocca le banche, in questo paese, muore?