La gente vuole legge e ordine e vota i «sindaci-sceriffo»

Sono ormai diverse settimane che indichiamo la politica dell’immigrazione come uno dei temi che la Casa delle Libertà può sfruttare per dare scacco matto al governo Prodi. La maggioranza degli italiani non vuole saperne di allargare le maglie degli ingressi, come si propone di fare non solo il Ddl Amato-Ferrero, ma addirittura quello dei Dico, che prevede la possibilità per i clandestini di regolarizzare quasi di soppiatto (art. 6) la loro posizione attraverso i patti di convivenza. Non vuole saperne di concedere il diritto di voto amministrativo a milioni di extracomunitari, che altererebbero gli equilibri politici in molti comuni e province. Collega, (talvolta a torto ma quasi sempre a ragione) l’aumento della criminalità e la perdita di sicurezza con la presenza di una popolazione straniera che, contando anche i clandestini, si aggira ormai tra il 5 e il 6 per cento del totale ma riempie un terzo delle prigioni. Infine, a mano a mano che prende coscienza del problema, non perdona al governo di centrosinistra di non avere chiesto all’Unione Europea, come avrebbe avuto il diritto di fare prima del fatidico 31 dicembre, una «moratoria» sul libero ingresso in Italia dei cittadini romeni, e in particolare dei circa 800mila zingari con passaporto di quel Paese che aspettavano solo il suo ingresso nella Ue per trasferirsi da noi e stanno già arrivando in massa.
A contribuire al trionfo della Casa delle Libertà nelle elezioni amministrative sono stati diversi elementi. Ma in almeno tre casi il fattore immigrazione ha avuto una parte, se non determinante, certamente molto significativa, perché ha messo in luce un fenomeno relativamente nuovo: la voglia di un «sindaco sceriffo», che getti a mare le politiche buoniste della sinistra nei confronti degli immigrati e riporti ordine e pulizia in città. Si tratta, in ordine alfabetico, di Alessandria, di Rho e di Verona.
Alessandria è per tradizione una città orientata a sinistra. La colpa della candidata sconfitta (il sindaco uscente Mara Scagni) è stata anche la sua politica di apertura nei confronti degli extracomunitari, legali e illegali, che stavano trasformando la città piemontese in una Babele insicura e invivibile.
Anche Rho, periferia «popolare» di Milano, è da sempre una roccaforte rossa. Ma il sindaco uscente, la signora Pessina, aveva in materia di immigrazione le stesse idee di Mara Scagni, e dopo lunghe polemiche ha deciso di aprire anche ai rom. Come era da aspettarsi, sono aumentati i furti, l’accattonaggio e tutti gli altri problemi legati alla presenza di un numero eccessivo di nomadi. La popolazione non ha gradito, rovesciando una tradizione semisecolare.
Il caso di Verona è diverso, nel senso che la città ha un Dna «moderato» e solo per i litigi della Cdl nel 2002 aveva eletto una amministrazione di sinistra. Un suo ritorno all’ovile era nelle previsioni. Sorprendente, tuttavia, è stato il modo in cui la Cdl è tornata al successo: compattandosi intorno a un leghista «ruspante» come il giovane Flavio Tosi, che ha pubblicamente e ripetutamente eletto a suo modello il sindaco-sceriffo per eccellenza, quel Gentilini che ha acquistato fama nazionale per avere riportato l’ordine in una città difficile come Treviso.