Gentiloni, il conte rosso che vuole spegnere le televisioni del Cavaliere

Da leader del Movimento studentesco romano a pupillo di Rutelli. Fino alla poltrona di ministro delle Comunicazioni

Pigliate la foto di gruppo dei ministri dopo il giuramento al Quirinale. Tra le diverse tipologie di facce, le barbute e le glabre, le truci e le sciocche, fa capolino un volto da chierichetto. Sorriso mesto, lenti tonde, un mammellone di capelli cotonati. La verecondia fatta ministro delle Comunicazioni. È il conte Paolo Gentiloni Silverj della Margherita che, come il fiore del suo partito, sembra l’emblema della più soave banalità.
Ma le apparenze ingannano. Gentiloni ha la facciata del bonaccione. In realtà, è il duro che l’Unione utilizza per mazzolare il Cav colpendo le sue tv. Il conte è il preclaro autore del disegno di legge «ad personam» del 12 ottobre. Non una riforma del sistema televisivo, come le altre del passato (la Mammì del ’90, la Maccanico del ’97, la Gasparri del 2004), ma un puro impallinamento di Mediaset.
La sapiente manfrina che ha preceduto la sua nomina a ministro è l’aspetto più istruttivo della faccenda. Com’è noto, il nobiluomo è il pupillo di Ciccio Rutelli di cui è sodale fedele da tre lustri. Per accordo preelettorale, le Comunicazioni erano destinate a lui. Ma durante la formazione del governo, Prodi ha mostrato perplessità sul conte e ha proposto l’incarico per Totò Di Pietro. L’intenzione di affidare il settore delle tv all’ex pm, notorio mastino anti Cav, è stata percepita come un attacco frontale a Berlusconi. Il terrore si è impadronito di Mediaset e il suo presidente, Fedele Confalonieri, ha fatto voti a Padre Pio e prenotato un viaggio a Lourdes. Ignoriamo se ci siano state suppliche dell’azienda per scongiurare la nomina. Sta di fatto che, improvvisamente, la candidatura di Di Pietro è saltata e Gentiloni è diventato ministro. Ogni cosa tornava così al suo posto. Il più euforico è apparso Confalonieri che ha sciolto inni ai protettori celesti e ritrovato il sonno.
Il presidente di Mediaset ha costruito negli anni con Gentiloni uno di quei rapporti che i politici chiamano di «reciproca stima tra avversari». Il conte infatti bazzica da tempo il mondo delle antenne. È il responsabile della comunicazione della Margherita e fu, per uno scorcio della scorsa legislatura, presidente della Vigilanza Rai. I due hanno quindi avuto modo di frequentarsi. Fidel ne aveva tratto la rassicurante impressione che il conte fosse persona malleabile. I fatti lo hanno smentito e il tiro giocato è apparso in tutta la sua evidenza: fingendo di fare una concessione con la scelta di Gentiloni, l’Unione ha messo un cerbero alle calcagna di Mediaset.
Rivelando il vero volto dietro l’occhiale da ragioniere, il conte è andato giù duro. Il suo ddl fissa al 45 per cento il tetto di pubblicità per ogni gruppo televisivo. La regola vale tanto per la Rai che per Mediaset e Sky. Sembra equo, invece è una pugnalata. In primo luogo, Mediaset è oggi al 65 e, passando al 45, avrà una perdita secca. Inoltre - ed è decisivo - le tv del Cav si finanziano esclusivamente con la pubblicità. Le altre, invece, hanno abbondanti introiti aggiuntivi. La Rai il canone (due terzi delle sue entrate) e Sky gli abbonamenti. Conclusione: la sola a rimetterci è Mediaset. Si capisce che il suo presidente si senta tradito. Lo scherzetto del conte - ha inveito Confalonieri, solitamente moderato - «è una vendetta politica che ci farà perdere un quarto di fatturato». Se così sarà, le aziende del Cav dovranno licenziare per la prima volta. Un mucchio di gente andrà a spasso e Berlusconi perderà l’alone di imprenditore vittorioso. L’Unione avrà fatto centro e il conte diventerà il suo eroe.
Per essere sicuro di fare male, Gentiloni ha anche anticipato il trasferimento di una rete Mediaset sul digitale terrestre. Il passaggio avverrà entro il 2009, anziché nel 2012. Non so valutare il danno, ma immagino che anticipare di tre anni un’innovazione sia una grossa seccatura per un’azienda. Tanto più, se già alle strette per la faccenda della pubblicità. L’ingiunzione ricorda l’altra già subita da Mediaset alla fine degli anni ’80, quando i politici la costrinsero a fare i Tg come la Rai. Quello che era un puro dispetto per metterla in imbarazzo, si risolse poi in un successo. Al punto che gli stessi gruppi che obbligarono il Cav a fare informazione, lo incolparono in seguito di monopolizzarla. Ma chi la fa, l’aspetti e può darsi che anche stavolta Mediaset se la cavi brillantemente. Finora però, c’è solo il danno.
Chi conosce bene il ministro assicura che non arretrerà di una mica. Il conte è un tipo gelido. Non si agita, né alza mai la voce. Lo chiamano il Clint Eastwood della Margherita. È l’ideologo di Rutelli di cui si definisce il «braccio sinistro» perché è molto più intransigente del Piacione. Di Rutelli è il cervello o, per lo meno, di quella parte che gli manca. Se Clint «capisce di avere la possibilità di fare male al Cav - dice un suo estimatore -, lo farà. Se troverà resistenza, cambierà strada pur di raggiungere l’obiettivo».
I modi garbati e la voce dimessa da Co.co.co. del Catasto non devono ingannare. «È un portatore sano di rancore», ha detto spiritoso, ma serio, l’ex ministro suo predecessore, Maurizio Gasparri. Da lui, Confalonieri non può aspettarsi sconti. L’unica via di salvezza, alla peggio, è trovare un accordo con Rutelli, il solo che possa fermare Clint.
La sicurezza con cui il cinquantaduenne conte si muove, deriva, oltre che dal temperamento, dagli augusti lombi da cui discende. Nelle vene di Clint scorre infatti il sangue del celebre conte Ottorino Gentiloni Silverj, uomo di fiducia di Pio X. Fu il motore del famoso «patto» col quale i cattolici, che si astenevano dalle urne dai tempi della breccia di Porta Pia, tornarono a votare nelle elezioni del 1913, le prime a suffragio universale maschile. La nobile schiatta, originaria di Tolentino, era stata sempre vicina alla Chiesa. Un avo ancora più remoto del pistolero della Margherita, il musico Aristide, ha composto la «Sinfonia delle trombe d’argento», brano suonato a ogni proclamazione di pontefice. Dopo questi incliti antenati, la genia ha però dirazzato. Oggi i Gentiloni Silverj sono ancora una marea variamente imparentata, ma diversi tra loro si sono attaccati, anziché alle tonache dei preti come gli avi, alle giacchette di fustagno dell’ultrasinistra. C’è così un Filippo al manifesto, un Francesco in Rifondazione comunista, ecc.
Più degli altri, si è illustrato il conte Paolo fin dai tempi della scuola. Era allievo del «Tasso», il più noto liceo pubblico romano, già frequentato dai figli di Mussolini, ma diventato nel dopoguerra il tempio del rampollismo borghese progressista. Il culmine del sinistrismo fu raggiunto nei primi anni ’70, epoca in cui il conte compì le sue gesta. C’erano al «Tasso» diversi gruppuscoli: Lotta continua, Potere operaio, i pargoli del Pci, detti figiciotti. Ma soprattutto il Movimento studentesco, il più consistente. Capo indiscusso del branco di Ms fu il conte Paolo. Era un leader glaciale, deciso, di pochi gesti e nulle parole. Portava l’eskimo, i capelli lunghi, la frangetta ribelle e niente occhiali. Era alto, magro, inavvicinabile. Piaceva da morire alle ragazze, perché era un leader proletario, ma di grande famiglia. Un cocktail micidiale che mandava in brodo di giuggiole perfino le insegnanti. Con la sua aria da bello e dannato, il contino conquistò la preside, la sinistrissima Adelaide Di Porto, e perfino la leggendaria, per severità, professoressa Raminella, docente di Lettere.
Chiamato per le interrogazioni, il ragazzo si concedeva. Dava le secche risposte indispensabili e tornava al banco col massimo voto, additato alla classe come esempio. Il resto del tempo lo trascorreva a organizzare manifestazioni, sit in, picchetti, spedizioni punitive. Dava schiaffoni in proprio, ma con parsimonia, preferendo che fosse la manovalanza a sbrigare le faccende sporche. Erano tempi di violenza e i pochi alunni di destra del «Tasso» venivano annichiliti. Ne sa qualcosa, Antonio Tajani, oggi capogruppo europeo di Fi, allora capo del microgruppetto monarchico. Un giorno, uscendo di scuola, gli si accostò una «Cinquecento». Ne scesero quattro operai che, armati di spranghe, lo bastonarono, procurandogli sette fratture. Assistevano i gruppuscoli del contino e gli altri, compiaciuti che si realizzasse col massacro l’alleanza tra proletari e studenti.
Presa la maturità, il conte Paolo uscì dal «Tasso» lasciando in tutti la certezza che, se non fosse finito prima in gattabuia, sarebbe presto diventato un grande. Ingranò invece la retromarcia. Ingrassò, si mise gli occhiali, tagliò il ciuffo e il sembiante da attore alternativo degli anni del liceo, declinò progressivamente verso l’attuale aspetto di tranquillo impiegato. Un’aria paciosa dovuta anche al felice matrimonio, senza figli, con Emanuela Mauro, architetto. Dopo la laurea in Scienze politiche, divenne giornalista. Collaborò con la rivista pacifista, «Pace e guerra», di Luciana Castellina, guerresca esponente del Pdup. Dall’84 al ’93, diresse «Nuova ecologia», il mensile di Legambiente, l’organizzazione dei naturalisti cocomero (verdi fuori, rossi dentro). Conobbe Rutelli, allora leader dei Verdi. Ne divenne l’eminenza grigia, quando si candidò a sindaco di Roma. Ha curato le sue campagne elettorali, gli ha fatto da portavoce, è stato assessore al Turismo e al Giubileo nella sua giunta. Nel 2001 ha riscosso il premio fedeltà, con un seggio in Parlamento.
Oggi, fa parte di un trio di patiti del tennis con Ermete Realacci e Chicco Testa. Matricolato buongustaio, gira l’Europa per ristoranti. Con Realacci fa blitz gastronomici per assaporare lardi di Colonnata e formaggi di fossa. Mangia sofisticato e beve meglio. Rientra al ministero, scazzotta il Cav e smaltisce.