Un gentiluomo prestato all’economia

Mario Talamona, assessore al Bilancio del Comune di Milano, è morto ieri mattina dopo una lunga malattia. Professore di Politica economica all'Università di Milano, era anche editorialista del Giornale. L’intensa, operosa vita di Mario Talamona è stata fitta d’incarichi accademici, di alti impegni pubblici e privati, di interventi giornalistici incisivi. Nell’ora della sua morte la retorica del lutto potrebbe suggerire la terminologia solenne che s’addice a un personaggio di quello spessore umano e culturale. Eppure il primo aggettivo che mi viene in mente, ricordandolo con commozione, è in apparenza un po’ frivolo, se non riduttivo. Mario Talamona era una persona squisita. Stare con lui, discorrere con lui, magari discutere con lui dava una straordinaria sensazione di serenità. Si capiva d’aver di fronte non un professore - eppure lo era, altro che se lo era - che fosse chiuso nel fortilizio delle sue convinzioni. Si capiva che a quel professore meritatamente famoso piaceva ascoltare, piaceva di confrontare le sue idee con le idee altrui. Una volta, in uno scambio scherzoso di bigliettini, m’ero firmato «Mario minore al Mario maggiore». Rispose immediatamente firmandosi a sua volta «Mario minore». Ma non si trattava di minore o maggiore. Si trattava della sintonia istintiva tra anziani che, anche per gli insegnamenti derivanti dall’anagrafe, rifiutano l’alterco e in cuor loro riconoscono, non di rado, che c’è qualcosa di buono anche nelle tesi degli avversari. La bonomia lombarda di Talamona (varesino di nascita, laureato a Pavia, milanese di residenza) non era mai superficialità, e ancor meno era rinuncia a sostenere un punto di vista, quando lo ritenesse valido. Non dava la caccia ai posti di responsabilità, ma ad essi non si sottraeva. Di sicuro non gli mancarono mai sbocchi professionali. Credo perciò che abbia accettato d’essere assessore al bilancio del Comune di Milano - una rogna spaventosa più che una gratificazione - per spirito di servizio. Le ultime volte che l’ho incontrato - già colpito dalla malattia - mi sembrò anche estenuato, lui che pareva sempre carico d’ottimismo, per i problemi che la finanza comunale gli dava (sono molto più simpatici, diciamocelo francamente, gli assessorati o i ministeri che consentono di volare alto, senza l’inquietudine di far tornare i conti). Non m’intendo di bilanci: ma ho la certezza che Mario Talamona s’è prodigato non o non unicamente per un’appartenenza politica, ma per amore della sua città, e del suo Paese. Una notazione a parte esige il ruolo che Mario Talamona ha avuto nell’informazione economica del . È stato il ruolo che ci si poteva aspettare da un osservatore intelligente, attento, disincantato. Scriveva cose interessanti fondate su una profonda conoscenza degli avvenimenti e dei loro riflessi. Nessuna aggressione a nessuno, ma qualche punzecchiatura - quando gli sembrava fosse necessaria - non se la faceva mancare. Nello scontro di idee e di propositi tra il centrosinistra e il centrodestra aveva preso nettamente posizione: non perché avesse paraocchi ideologici, ma perché si fidava della sua esperienza d’economista. L’ultimo suo articolo che abbiamo pubblicato portava la data del 10 aprile, e si chiudeva così: «Abbiamo soltanto accennato ad alcuni aspetti... di una contrapposizione politica così radicale per il futuro da porre questioni ben più ampie e ben più note. L’economia italiana sarà profondamente diversa - in sostanza del tutto alternativa - a seconda che vinca non soltanto l’una o l’altra coalizione elettorale, ma due antitetiche concezioni della società. Vedremo. Non c’è ancora molto da aspettare». Il professore non ha potuto aspettare, se n’è andato prima di riuscire a vedere cosa succederà. Forse, lo annoto con amarezza, ci ha guadagnato. Mario Cervi