George Benson: «Così ho vinto la sfida del tempo»

Una leggenda della musica. Quasi cinquant’anni di carriera a cavallo tra jazz, rhythm & blues e pop. Venerdì sera al Gran Teatro arriva George Benson, in tour per presentare il nuovo Songs and stories.
Il disco è un tributo ai suoi autori preferiti. Come è nato questo progetto?
«Nella mia carriera ho avuto grande successo grazie a canzoni e autori che hanno saputo fare la differenza, che mi hanno reso celebre. La chiave del successo di un musicista sta nelle canzoni ed è a questo principio che ci siamo ispirati. I due produttori dell'album, John Burk e Marcus Miller, mi hanno aiutato nella ricerca. Ma nel momento in cui si è sparsa la voce che stavo cercando canzoni, sono stati gli autori stessi a farsi vivi. Smokey Robinson, per esempio. Poi abbiamo convinto Bill Withers a riprendere a lavorare e ha scritto un brano apposta per l’album».
Perché ha voluto registrare i brani di James Taylor e Christopher Cross in Brasile, con un ensemble locale?
«Avevo inciso quei brani già cinque anni fa, come parte di un intero album che però non ha mai visto la luce, a causa del sound troppo distante da quanto qualsiasi emittente radiofonica americana sarebbe disposta a trasmettere. Ero in tournée in Brasile e quel paese è un vero paradiso musicale, con musicisti straordinari che hanno il senso del bello e conoscono tutti gli accordi giusti per comunicarlo. Quando John Burk ha sentito quella versione di Sailing se n’è subito innamorato. Anche Don’t let me be lonely tonight aveva un sapore marcatamente brasiliano. Mancava il basso e allora Marcus Miller ha pensato a completarlo e riarrangiarlo».
A proposito dei tre giorni che ha passato in studio con Miller, Steve Lukather, Greg Phillinganes, David Paich e Lee Ritenour, ha detto: «con quel team, puoi fare praticamente tutto».
«Si tratta di un gruppo fenomenale, con cui avevo già lavorato in passato su Give me the night. È lo stesso che ha suonato con Michael Jackson, dando vita ai successi planetari che tutti abbiamo amato. A Los Angeles ancora oggi li chiamano “The A Team”, perché non c’è di meglio sulla scena. Alla fine della prima giornata in studio eravamo praticamente in lacrime per l’eccitazione e la commozione. Erano anni che non facevamo più un disco in questo modo, suonando tutti insieme. Abbiamo lavorato in modo diretto, organico, e questo è il miglior modo per trovare idee straordinarie e realizzarle al meglio insieme. Quando si registra una parte alla volta, troppo spesso si perde il feeling fondamentale di un brano, e con quello la sua capacità di generare emozioni».
Le piace aiutare i chitarristi emergenti. Qualcuno ha colpito la sua attenzione, di recente?
«Ci sono tanti grandi musicisti e talenti, ma non potrei citarne uno che stia facendo cose trascendentali. Tra i chitarristi giovani, o comunque più giovani di me, apprezzo molto Mark Whitfield, Norman Brown, che ha suonato sul mio disco, e il chitarrista che ho sentito suonare dal vivo con Diana Krall, credo si chiami Anthony Wilson».
Sta affrontando una lunga serie di concerti. La vita in tournée la diverte ancora?
«Non nego che alla mia età qualche volta mi pesi. Ma ho voglia di lavorare e so che questo significa andare dove il lavoro c’è. Mi piacciono le diverse atmosfere che si creano in tournèe e le sfide che si pongono, come quella di rendere ogni serata speciale, suonando al meglio. A volte mi sorprendo di quanto riesca a ricordare e fare sul palco. Però c’è da dire che studio ogni giorno, al mattino. Cerco di tenere allenata la tecnica e provo cose nuove. Proprio in questi giorni sto sperimentando con nuove "invenzioni" che voglio testare dal vivo».
Cosa ci dobbiamo aspettare dal suo show?
«Sarà uno spettacolo incentrato sulla musica, con un’ottima produzione audio, come sempre. Non ci saranno ballerine, se è questo che vuole sapere! Per quanto riguarda il repertorio, ho imparato che dal vivo non si può proporre al pubblico solo materiale nuovo, per quanto forte sia. Farò sicuramente una selezione dei miei più grandi successi, ma non voglio svelare nulla per non rovinare la sorpresa a chi verrà ad ascoltarmi in concerto».