George e il mito pericoloso dell’Ellade in chiave tedesca

In questi giorni è scomparso a Parigi Philippe Lacoue-Labarthe, che con Jean-Luc Nancy ha scritto uno dei libri più provocatori degli anni Novanta, Il mito nazi, in cui i due allievi di Jacques Derida avevano avanzato una tesi sorprendente per comprendere la genesi ideologica della concezione nazionalsocialista, connessa con la grecofilia germanica che ha profondamente connotato la cultura tedesca dal Settecento. Sia sufficiente ricordare i nomi di Lessing, Goethe, Hölderlin fino ai romantici, che, se è vero che riproposero il Medioevo in chiave antilluministica, non si staccarono mai dal culto di un’Ellade idealizzata.
Chi contribuì in modo decisivo a imporre la bellezza ellenica quale canone fondante dell’estetica tedesca moderna è Nietzsche. I suoi seguaci riuscirono a superare la sua nostalgia grecizzante con il loro convinto entusiasmo, con il loro struggente fervore estetico. Nella fitta schiera dei discepoli di Nietzsche si distinguono il Rilke dei Sonetti a Orfeo e soprattutto Stefan George, il più discusso e fascinoso poeta, anzi vate della nuova Germania, ovvero del Secondo Reich, da cui certo prendeva le distanze, ma che sostanzialmente rappresentava nella tensione etica, nell’ardore di una palingenesi all’insegna della potenza. Potenza spirituale per George, ma pericolosamente vicina a quello spirito imperialistico che caratterizzava la Germania guglielmina.
Ora l’estetica complessa e fascinosa del poeta renano (1868-1933) è stata brillantemente ricostruita nel saggio Stefan George e l’antichità. Lineamenti di una filosofia dell’arte (University Words, pagg. 272, s.p.) da Giancarlo Lacchin, con rigore critico e con una dedizione che nasce da una profonda e indispensabile simpatia filosofica con il suo autore. George è lo scrittore con cui la poesia assume, nel ’900, una gestualità ieratica, sacrale che condensa il suo «doricismo», con cui il vate tenta titanicamente di arrestare i procedimenti di omologazione che segnano la società delle masse. George è l’antitesi della trahison des clercs perché per lui l’intellettuale deve farsi carico della missione di educatore della nazione e incarnare con i suoi canti sacri lo spirito del Nuovo Reich (così il titolo di un suo poema del 1928). George, quale sacerdote di una nuova poesia, si atteggiava a jerofante orfico per annunciare la nascita dell’uomo nuovo con una nuova Gestalt, con una nuova, eroica «forma di vita» attraverso l’utopia ellenica dell’educazione estetica, pericolosamente prossima al culto erotico ed eroico della fisicità e dell’adorazione omoerotica del corpo efebico.
Molti elementi della sua ideologia presentavano analogie con la concezione nazionalsocialista, che lui - con gli altri intellettuali della Rivoluzione Conservativa, da Mann ai fratelli Junger - avvertiva come deriva plebea di un movimento brutale e fanatizzato da demagoghi volgari. Nella sua cerchia troviamo, infatti, insieme con raffinati intellettuali ebrei anche il nobile Junker Claus Schenck von Stauffenberg, che attentò invano il 20 luglio alla vita del Führer.
Quando Hitler assunse il potere, l’aristocraticissimo George andò in esilio volontario in Svizzera, dove morì alla fine del 1933 e con lui scomparve anche la sua improponibile, inattualissima estetica, sigillata dall’audace primato della bellezza in un mondo perdutamente brutto.