Georgia, ritiro col trucco Le zone strategiche ancora in mano ai russi

«Per fortuna questo fine settimana torniamo alla normalità! La città è di nuovo piena di gente». È l’ultimo post nel blog di Goga Aptsiauri, reporter di Radio Free Europe, che ha seguito l’occupazione russa di Gori dall’inizio alla fine. Ieri la città natale di Stalin ha salutato con un sospiro di sollievo l’arrivo della polizia georgiana per le strade. Ha appeso bandiere nazionali ai balconi delle sue case in segno di festa. Fine dell’incubo, pensano le mamme di Gori. Attendono a momenti il rientro dei propri figli, che erano state costrette a far scappare dopo l’attacco delle forze russe, l’8 agosto scorso.
Ma è una gioia che non esplode. Rimane sospesa a metà. I russi si ritirano, ma installano check point intorno alle città «abbandonate». In un clima che rimane teso le forze di Mosca, convinta di rispettare gli accordi, mantengono il controllo di check point intorno a Gori, alla base di Senaki e a Poti, strategico porto sul mar Nero. Si tratta di posizioni di «peacekeeping», dicono i comandanti dell’Armata rossa. Il generale Nogovitsyn, vicecapo di Stato maggiore, è ormai stanco di ribadire che: tutte le operazioni rispettano l’accordo di cessate il fuoco in sei punti proposto dalla Francia e che i suoi uomini rimarranno nelle cosiddette «zone di sicurezza» intorno a Ossezia del sud e Abkhazia, le due repubbliche separatiste, fattori scatenanti del conflitto con la Georgia. Il problema è che le «buffer zone» hanno confini fluidi e non definiti diplomaticamente. Così per Washington, Tbilisi e Unione europea, mantenendo uomini sul territorio georgiano, il Cremlino di fatto non rispetta gli impegni presi.
La Russia, inoltre, si riserva il diritto di pattugliare le città georgiane, brandendo il quinto punto dell’accordo che prevede «misure rinforzate di sicurezza», e i trattati di pace del 1992, i quali davano spazio a controlli di «caschi blu» anche in territorio georgiano. Il pressing diplomatico per un rapido ritiro è arrivato da Nato, Berlino e Parigi. Anche se il presidente Nicolas Sarkozy ha usato toni più morbidi, ringraziando al telefono l’omologo Dmitry Medvedev per l’inizio del ritiro.
Non aiuta, però, gli sforzi di distensione la notizia che il parlamento di Tbilisi, su richiesta del presidente Mikhail Saakashvili, proroga lo stato di guerra di due settimane, fino all’8 settembre. Anche ieri il filoamericano «Misha» non ha risparmiato le accuse a Mosca, affermando che il ritiro russo non è affatto completato, in violazione del documento firmato dalle parti.
Dal punto di vista militare gli occhi sono puntati sul mar Nero. Nogovitsin si dice preoccupato del rafforzamento di navi della Nato. Alle fregate spagnola e tedesca si sono aggiunte una nave Usa e una polacca, mentre sono attesi altri due vascelli militari statunitensi, ufficialmente per portare aiuti umanitari. La zona, comunque, continua a essere pattugliata dalle navi della flotta russa. «Non credo che ciò contribuisca alla soluzione della crisi» - ha detto il generale - «La situazione nel mar Nero ha la tendenza a un aggravamento».
Preoccupano la raffica di denunce dello Stato maggiore russo, per il quale si stanno verificando concentrazioni di truppe di Tbilisi al centro della Georgia e attività dei servizi segreti georgiani per preparare covi in vista di attacchi terroristici contro l’Ossezia del sud. Per Mosca, tutto indica che i rivali preparino una «terza guerra in Ossezia del sud», dopo quella dei primi anni ’90 e l’attacco del 7-8 agosto.
Intanto il leader separatista sudosseto, Eduard Kokoity, è a Mosca per chiedere una risposta dalle autorità russe alla richiesta di riconoscimento dell’indipendenza dell’Ossezia del sud approvata due giorni fa dal «parlamento» locale all’unanimità. La Duma e il Consiglio della Federazione si pronunciano a inizio settimana sullo status della Repubblica secessionista.
Altra costante la crisi umanitaria tra gli sfollati del conflitto caucasico. L’Onu aggiorna a 150mila il numero dei profughi, mentre il Consiglio d’Europa accusa Mosca di «indiscriminati bombardamenti» di zone residenziali e chiede «l’apertura di un’inchiesta» sulle violazioni dei diritti umani perpetrate.