Georgia: ritiro russo, ma è una finta

Soltanto manovre di truppe. Tbilisi smentisce il disimpegno di Mosca. Un generale ammette: "Resteremo nel Paese". A Gori rimangono i carri armati mentre i soldati costruiscono nuove trincee. Ancora pressioni dalla Casa Bianca, Bush: "Basta rinvii"

Formalmente il ritiro russo è iniziato, ma le truppe sono ancora in territorio georgiano. Un contraddizione? Una beffa di Mosca dopo le promesse fatte al telefono al presidente francese Nicolas Sarkozy, imbarazzato mediatore della crisi a nome dell’Unione europea? No. Solo questione di sfumature linguistiche. Lo spiega il generale Anatoly Nogovitsyn, vicecapo di Stato maggiore, nel suo briefing con la stampa: abbiamo promesso un allontanamento, non un ritiro. L’agenzia Interfax non aspettava altro e titola a caratteri cubitali «Otvod, ne vyvod». I due termini in russo racchiudono un senso ben distinto. Il primo significa «portare via, ma rimanendo nei paraggi», vale a dire nella repubblica separatista dell’Ossezia del sud che non è considerata Georgia; il secondo, invece, «portare via ma definitivamente, oltre confine». E di «otvod» aveva parlato il presidente Dmitry Medvedev con Sarkò. Analisti e blogger locali non ci trovano nulla di strano. Non ci hanno creduto dall’inizio: si tratta chiaramente di una «trappola, abilmente tesa e neppure troppo sofisticata. Il governo anche nelle questioni interne, non è nuovo all’escamotage linguistico».

I russi avevano promesso di cominciare a mezzogiorno (le 2 italiane) di ieri il ritiro delle truppe, che dall’8 agosto sono in 15mila sul suolo georgiano. In tarda serata, però, solo spostamenti. Movimenti impercettibili. Niente di quello che la comunità internazionale si aspettava. O sperava. I soldati dell’ex Armata rossa sono ancora nei pressi di Gori, giustificando la loro presenza con il diritto di mantenere peacekeeper nelle zone cuscinetto intorno all’Ossezia del Sud. Secondo testimoni locali e giornalisti dell’indipendente Radio Free Europe, in serata i soldati si trovavano ancora a presidiare i posti di blocco lungo l’autostrada che attraversa la Georgia da est a ovest. Nulla di nuovo anche a Gori, la città natale di Stalin. Anzi, i militari «stanno scavando nuove trincee».

Gli Stati Uniti tornano allora a incalzare il «rivale» oltre cortina. «Continueremo a monitorare le operazioni militari russe per averne conferma - ha ribadito per l’ennesima volta il presidente George W. Bush - «tutto questo deve avvenire senza rinvii». Pressioni arrivano anche dalla Svezia dove il governo annuncia di aver sospeso esercitazioni e scambi di unità militari con Mosca. Intanto fallisce il Consiglio permanente dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce) che ieri non ha raggiunto l’accordo sull’invio di 100 osservatori supplementari in Georgia.

Per il ministro degli Esteri di Tbilisi, la Russia «viola gravemente» l’accordo di cessate-il-fuoco sia non ritirando le sue truppe, sia distruggendo le infrastrutture. Sorprende la reazione dell’irruento capo di Stato, Mikhail Saakashvili, che ha usato toni moderati, chiedendo l’apertura del dialogo con il Cremlino, «dopo il ritiro». Peccato che Mosca continui a non riconoscere «Misha» come un interlocutore possibile.