Dal gerarca Arpinati a Moggi i vizi del calcio non cambiano

Le polemiche per gli arbitri di calcio? Non riuscì a evitarle nemmeno il fascismo, che pure voleva autoritariamente eliminare divisioni, dissidenze, particolarismi, e che al pallone attribuiva una enorme importanza simbolica e propagandistica. Anno 1925 (quello in cui Mussolini instaurò la dittatura). Sul campo neutro di Milano si svolge la finalissima interregionale Genoa-Bologna. Al termine del primo tempo il Genoa conduce due a zero. «Nel corso del secondo tempo - cito da “Calcio e fascismo” di Simon Martin, editore Mondadori - un tiro del felsineo Muzzioli fu respinto dal portiere genoano dopo che la palla aveva forse già varcato la linea di porta. L’arbitro Giovanni Mauro assegnò al Bologna solo un calcio d’angolo. Sebbene considerato all’epoca di gran lunga il migliore arbitro italiano, Mauro era assai lontano dall’azione, cosa che aumentò nei tifosi bolognesi la convinzione che la palla avesse superato la linea di porta. Tra i tifosi figurava anche il capo della federazione fascista bolognese e futuro sindaco della città Leandro Arpinati, che a quanto pare guidò insieme ai suoi squadristi un’invasione di campo culminata in urla, spinte, minacce e qualche tafferuglio. Anteponendo l’incolumità personale alle questioni di coscienza, Mauro cambiò la decisione iniziale, concedendo il gol». Quando si dice la «sudditanza psicologica».
Insomma il pallone si porta dietro da un secolo almeno le sue virtù e i suoi vizi. Il professionismo vigeva in pieno anche quando si pretendeva che l’agonismo venisse alimentato da alti ideali. Vi fu lo scandalo - o almeno lo spregiudicato espediente - degli «oriundi», campioni latinoamericani opportunamente nazionalizzati. Raimondo Orsi, che nell’Olimpiade del 1928 aveva giocato per l’Argentina, fu ingaggiato dalla Juventus per centomila lire, una Fiat 509 e uno stipendio di ottomila lire mensili (erano i tempi della canzone «se potessi avere mille lire al mese»). Un buon trattamento, ma quasi una mancia in confronto ai guadagni d’oggi. Per la vittoria nei mondiali del 1938 i giocatori ebbero l’onore di essere ricevuti dal Duce («una cosa fredda e rapida» raccontò uno di loro) ed ottennero un premio di ottomila lire. Era trattato bene - ma in confronto a un Del Piero o a un Buffon fa ridere - l’asso degli assi «Peppin» Meazza, il balilla, genio in campo e tontolone nella vita di tutti i giorni. Anche bel ragazzo, con capelli lucidi di brillantina, stile tango.
Il libro di Simon Martin, ricercatore alla British School di Roma, è diligente, informato, esauriente fino alla sovrabbondanza in alcune sue parti e a mio avviso troppo sbrigativo in altre. Si avverte che Simon non ha conoscenza profonda - al di là del repertorio cartaceo - della stagione fascista: che in alcuni settori - tra essi lo sport - fu moderna, poi ridicolizzandosi con gli staraciani salti nel cerchio di fuoco. Mussolini, che come comunicatore e demagogo era un fuoriclasse, capì subito quanto rilevante fosse il calcio nella vita italiana. Seppe strumentalizzarne gli indubbi successi (con due campionati del mondo nel 1934 e nel 1938) a fini politici. Fu, quello del ventennio, un calcio in camicia nera. Agli incontri che la nazionale italiana sostenne nel mondiale del 1934, svoltosi a Roma, Mussolini assistette con i figli, pagando regolarmente il biglietto d’ingresso, e tuonando contro i gerarchi che volevano entrare gratis allo stadio. Venendo dal bieco tiranno, quest’esempio di austerità non trova imitatori nell’attuale classe politica.
Mi colpisce nel volume un’annotazione singolare. Scrive Martin che «a metà degli anni Trenta i soldati morti durante la campagna imperiale in Africa (guerra d’Etiopia, ndr) erano così tanti da spingere il presidente della zona VII della Figc a istituire la coppa Emilia, torneo di calcio in memoria dei caduti». Nella campagna d’Etiopia morirono 1.304 militari «nazionali» e 1.600 indigeni. Così tanti?
Martin riporta i testi - intrisi di patriottisamo da stadio e di omaggi al fascismo - di famosi giornalisti sportivi. Tripudiava Emilio Colombo: «Quale altra squadra e quali campioni se non quelli temprati alla scuola e cresciuti nel clima fascista avrebbero potuto scrivere una pagina così ricca di gesta e così densa di insegnamenti?». Retorica, e della peggiore. Ma tolto di mezzo il fascismo e i saluti al Duce abbiamo avuto le telefonate di saluto a Luciamo Moggi, con relativi ammiccamenti, accenni criptici, turpiloquio. L’Italia cambia, la retorica rimane. Allora evviva: salutiamo gli eroi del pallone che si apprestano alla pugna.