Gere, Brando e la Hayworth i grandi seduttori del cinema

«American Gigolo», «Ultimo tango a Parigi» e «Gilda» sono tra i film che insegnano l’arte della conquista

Cinzia Romani

E adesso che tutto è stato visto e fatto vedere, ogni amplesso, ogni carnale congiunzione possibile, incluse le zoofile, condannate dalla Chiesa; ora che definire sfacciata una qualunque velina tv pornosoft suonerebbe patetico, linguisticamente e moralmente, il cinema deve, per forza, ricorrere alle Convenzioni e ai Generi. Invano a scuola insegnano che Benedetto Croce li avrebbe fatti fuori: la loro forza, periodicamente, serve a Hollywood e non soltanto lì. Al momento, per esempio, il mondo delle merci sotto spoglie di film riesuma il libertinage, quell’abitudine alla vita corrotta e scostumata che noi chiamiamo libertinaggio. E mentre anche all’asilo ormai sanno che babbi e mamme conducono doppie vite, non specchiate, oltre le bollette da pagare e le torte al cioccolato, riecco i fantasmi di Lulù e di Casanova.
Gente licenziosa sul telone bianco, golosa della più libera soddisfazione degli istinti, come la premorale giovane fioraia di Lulù (1929), fondamentale film di G. W. Pabst, con la frangetta neropece di Louise Brooks a irridere le pratiche devote. Certo, la deliziosa interprete (poi clonata nel fumetto Valentina di Crepax), rotta a tutto pur di scalare la società, finisce ammazzata da Jack lo Squartatore. Che importa? Intanto, è messa la trave nell’occhio del cinespettatore, primo mattone dell’edificio gaudente, abitato dal vestitino charleston di Lulù, dal suo caschetto che lascia libero il collo da baciare.
Al momento, però, la palma di libertina andrebbe consegnata alla signorina Tramell di Basic istinct 1 e 2 (quest’ultimo, tra breve sugli schermi), molto bene incarnata da Sharon Stone, sempre pronta ad amare uomini, donne, non importa. Ancora una volta, nel feticismo dell’oggetto slip (qui assente), si travasa il Genere «vita non conforme alle norme della morale corrente». Tant’è che un paio di star pudibonde (tra cui Alessandra Martines) lasciarono quel set dissoluto, in segno di protesta antilibertina.
Magari, in tanto esubero di pratiche già licenziose, ora mortificate in politicamente corrette (come da western gay I segreti di Brokeback mountain di Ang Lee, col bacio tra ragazzi addetti alle mucche), risulta assai più scostumata la Gilda (1946) di C. Vidor, dove Rita Hayworth si sfila il guanto di raso nero con studiata porcelloneria. Per puro cine-cinismo lo stesso Heath Ledger «diverso» che impersona il cow-gay nel film di Lee, sarà Casanova nell’omonimo film. Tra i libertini, infatti, lesti ad applicare alla lettera l’agostiniano ama et fac quod vis («ama e fa’ ciò che vuoi») spicca la stella polare dell’avventuriero veneziano (figlio di attori!), portato sul grande schermo dall’algido Donald Sutherland, nel Casanova di Federico Fellini (1976), con il seduttore settecentesco intristito dal doversi imporre tra femmine esigenti, che lo pretendono pari alla sua fama...
Se un marziano calasse tra noi, potrebbe ricostruire più agevolmente il tracciato del libertinaggio femminile, al cinema, seguendo frange, guanti, lecca-lecca, occhiali a forma di cuore. Gli uomini-Maddalene, invece (ad essi tutto sarà perdonato, perché si sono molto divertiti), non dispongono di tanti feticci. Sì, c’è il burro di Marlon Brando nel bertolucciano Ultimo tango a Parigi, ma lì il divo non fornicava ad libitum, bensì all’occasione, per disperazione. Meglio, allora, i completi firmati di Richard Gere, in American Gigolo (1980), laddove i raptus amatorii della star servivano al conseguimento di pecunia. Del resto, ai libertini serve un talismano soltanto.