Gere: «Ora vi insegno l’arte della stangata»

Michele Anselmi

da Roma

Che sia la maledizione dell’Auditorium? Dopo Paolo Virzì anche Richard Gere scivola su Berlusconi. Gaffe veniale, e però insidiosa in quel contesto: tanto da dover essere subito tamponata con triple scuse. È successo sul finire dell'incontro stampa su The Hoax - L’imbroglio, il film di Lasse Hallström nel quale il divo ringiovanisce di qualche anno per calarsi nei panni dello scrittore Clifford Irving. Un imbroglione patentato che finì in carcere, nei primi anni Settanta, per aver confezionata una falsa autobiografia del miliardario Howard Hughes. Si parlava di arte della menzogna, delle bizzarrie della vita reale, del mestiere dell’attore. Gere fa un esempio. «Interpretare Hitler o, che so, Berlusconi, mi sarebbe impossibile. Sono volti conosciuti, tutti abbiamo un’idea personale di questi personaggi. C’è il rischio della caricatura. Con Irving no, nessuno conosce la sua faccia». L’attore si ferma un attimo, avverte il mormorio della platea, corre ai ripari: «Ho fatto un accostamento del tutto inconsapevole. Mi scuso. Non vorrei che suonasse come una dichiarazione politica». Incidente chiuso.
Il film, alla Festa in anteprima mondiale (esce nelle sale italiane venerdì, in America ad aprile), è la ricostruzione di una fenomenale «stangata» finita male. Alla ricerca dello scoop clamoroso, Irving rifilò a una casa editrice, incassando anticipi enormi, l’autobiografia dell’eccentrico-paranoico miliardario Howard Hughes. Era certo, l’ingenuo, di farla franca; invece il potente industriale, benché murato vivo nei suoi rifugi per paura dei batteri e minacciato da processi, sbugiardò l’operazione con una famosa telefonata.
Non teme che i suoi fan non la riconoscano in questa parte un po’ ingrata? Capelli scuri e ondulati, naso rinforzato, scarponcini coi tacchi.
«Non potevo preoccuparmi del look. Nel film sono più duro e cinico del solito. Ho provato a restituire Irving per quello che è: un formidabile manipolatore schiacciato sotto uno strato alto così di menzogne. Del resto, Orson Welles si ispirò proprio a lui per F come falso. Non sarà un capolavoro, ma fa capire molte cose».
In fondo, lei ha simpatia per questo imbroglione.
«Non mi piace chi dice bugie. E Clifford ne disse tante. Ma bisogna riconoscere che alcune sue intuizioni, poi suffragate da documenti, erano giuste. Infatti in molti cominciarono ad allarmarsi, ancor prima che il libro fosse finito. Sulla base delle sue ricerche, imprecise nei dettagli, Clifford tirò in ballo la Corte suprema, le lobby del petrolio, le leggi antitrust, lo stesso Nixon, che si sentì ricattato da Hughes. È possibile che lo scandalo Watergate nasca proprio da lì. I repubblicani temevano che quel libro avrebbe compromesso la rielezione del presidente».
Dunque, alla fine, Irving è un eroe?
«Ma no. Cercava soldi e successo. Rifilò un sacco di bufale a tutti. Ma c’è qualcosa di affascinante in questo truffatore che vive quasi una sorta di transfert, tanto da scivolare nel ruolo di Hughes: parlando come lui al registratore, imitandone la calligrafia, immaginando quasi un’amicizia».
Personaggio titanico, Hughes. Da Una volta ho incontrato un miliardario a The Aviator, il cinema l’ha spesso frequentato.
«Titanico e mitico. Ha vissuto ed è morto in una dimensione straordinaria. Lo vedo come una forza universale, un Grande Burattinaio capace di controllare tutto attraverso sentieri carsici. A pensarci bene, però, le bugie di Clifford non provocarono danni reali. Solo imbarazzi in chi ci aveva creduto».
Da buddista lei dovrebbe provare un sacro orrore nei confronti della menzogna, no?
«Tutti gli esseri umani dicono bugie. Anche molto bene. Spesso lo facciamo per proteggere l’idea che abbiamo di noi. Però mentire è un virus dal quale dobbiamo guarire da soli. Devo molto al Dalai Lama, persona eccezionale. Con lui ti senti come di fronte ad uno specchio: impossibile mentire».
Si sente sempre un sex-symbol?
«Vi prego. Ho 57 anni, per quanto tempo ancora pensate che possa considerarmi tale? In ogni caso, insalate a parte, è tutto merito del mio chirurgo plastico (sorride, ndr): se volete vi fornisco il numero».