La Germania blocca i prodotti dei gulag cinesi

da Berlino

In cinese si chiamano «laogai» e sono quelle prigioni della Cina dove vengono rinchiusi i detenuti condannati ai lavori forzati, criminali comuni ma anche dissidenti, drogati, omosessuali. Le condizioni di vita nei «laogai» sono infernali: sedici ore di lavoro al giorno, sette giorni su sette e soli tre giorni di riposo all'anno. Talmente infernali che ogni detenuto su quattro, secondo un rapporto della Società internazionale per i diritti umani, non riesce a sopravvivere dopo il primo anno di vita.
L'unica macabra consolazione per chi è rinchiuso in questi campi di tortura sistematica è di sapere che il lavoro forzato cui sono sottoposti da un contributo non irrilevante al miracolo economico della Cina comunista poiché è anche grazie alla manodopera non retribuita dei prigionieri dei laogai che molte industrie cinesi possono immettere sui mercati prodotti a prezzi stracciati, altamente competitivi con i prezzi occidentali.
L'esistenza dei laogai è uno dei tanti casi di violazione dei diritti umani che vengono regolarmente sollevati dai governanti occidentali in visita a Pechino ma sempre con atti che non vanno al di là delle belle parole e ben attenti a non irritare troppo le autorità cinesi perché prima viene il business e poi tutto il resto.
Solo adesso e per la prima volta un paese dell'Unione europea è passato dalle parole ai fatti invertendo il rapporto tra business e diritti umani. E questo Paese non è uno statarello al riparo dal rischio di ritorsioni economiche da parte di Pechino ma è la Germania, il Paese dell'Unione che ha investito di più ed esporta di più in Cina. A larga maggioranza il Parlamento tedesco ha approvato una mozione trasversale, la 16/5146, in cui non solo si condannano le condizioni disumane dei laogai ma si vieta l'importazione sul territorio tedesco di tutti quei prodotti fabbricati con la manodopera dei detenuti condannati ai lavori forzati.
Inoltre la mozione prevede che sui prodotti cinesi sia applicata un'etichetta che garantisca che quel prodotto nulla ha a che fare con i laogai. Un brutto colpo per le esportazioni cinesi anche perché secondo i dati della Ishr (la Società internazionale per i diritti umani) i laogai sarebbero circa mille e vi sarebbero rinchiusi quasi sei milioni di condannati ai lavori forzati: un esercito di schiavi di cui si servirebbero tantissime industrie cinesi, in particolare quelle che producono oggetti che non richiedono specializzazione tecnologica come biciclette, borsette e capi di abbigliamento.
Per il momento comunque l'iniziativa rischia di costare non poco alle industrie tedesche impegnate nella conquista dei mercati cinesi, almeno a giudicare dalle prime reazioni di Pechino. L'ambasciatore cinese, presente alla votazione, ha accusato i parlamentari tedeschi di essere disinformati, di usare un linguaggio da guerra fredda e ha minacciato ritorsioni. Insomma gelo tra Berlino e Pechino a causa dei laogai.
Irritate anche le aziende tedesche che importano dalla Cina e per le quali il veto sarebbe illegale perché in contrasto con le leggi tedesche sul commercio, che prevedono restrizioni solo sulle esportazioni che non offrono sufficienti garanzie di sicurezza.
Ma i parlamentari tedeschi sembrano determinati ad andare avanti sulla strada della difesa dei diritti umani e un gruppo trasversale sta preparando un disegno di legge che prevede che sui prodotti importati siano indicate anche le condizioni in cui sono stati fabbricati, se l'azienda produttrice riconosce ai propri dipendenti la tutela sindacale o se impiega minori. Poi toccherà al consumatore decidere.