Germania, presto libera la superterrorista rossa

Beneficerà di una norma che consente il rilascio di chi abbia trascorso almeno ventiquattro anni in carcere

da Berlino

Ai lettori italiani il nome di Brigitte Mohnhaupt non dice molto. In Germania invece è sinonimo di terrore, un nome che riporta alla memoria gli anni di piombo e le imprese più efferrate della Raf (Rote Armee Fraktion), la Frazione dell’armata rossa, le brigate rosse tedesche. La Mohnhaupt è quella ragazza che il 5 settembre del 77, travestita da nurse e con una parrucca rossa, attraversò improvvisamente una strada di Colonia spingendo una carrozzina con dentro un fantoccio che doveva assomigliare a un neonato. Un trucco per obbligare a una brusca frenata l’auto del presidente della confindustria Hans-Martin Schleyer. In pochi minuti vennero sparati cento colpi, l’autista e tre guardie del corpo furono uccisi e Schleyer fu rapito da un commando della Raf che lo ucciderà dopo quarantaquattro giorni di prigionia.
Ma è solo una delle tante imprese terroristiche cui partecipò la Mohnhaupt. Il 7 aprile dello stesso anno era lei che guidava la motocicletta dalla quale furono sparati i colpi che nel pieno centro di Karlsruhe uccisero il procuratore generale Sigfried Buback. E pochi mesi dopo partecipò all’agguato contro il numero uno della Dresdner Bank, Jurgen Ponto, freddato nella sua casa di Oberursel dove la Mohnhaupt era entrata con un trucco: travestita da postina disse che voleva consegnargli una raccomandata. Tutti e tre, Schleyer, Buback e Ponto, furono eliminati perché colpevoli, secondo i deliranti proclami della Raf, di essere «servitori di uno Stato imperialista e fascista».
Oggi la Mohnhaupt, condannata a cinque ergastoli, è una donna di 57 anni, di cui 24 trascorsi in carcere. E fra poche settimane uscirà di prigione. Così hanno deciso i magistrati tedeschi applicando una norma che prevede che qualsiasi criminale, dopo 24 anni di detenzione, possa essere rimesso in libertà se ritenuto non più pericoloso. L’unica restrizione è la libertà vigilata per i primi cinque anni. Una decisione che spacca i tedeschi e infiamma il dibattito da tempo in corso nel Paese sulla opportunità di un atto di clemenza nei confronti degli ultimi capi della Raf ancora in prigione tra cui Christian Klar, che assunse il comando del movimento terroristico dopo il suicidio in carcere dei fondatori, Andreas Baader, Ulriche Meinhoff, Gudrun Ensslin e Jan-Carl Raspe.
Il caso Klar, condannato a sei ergastoli, è però diverso da quello della Mohnhaupt perché, non avendo maturato gli anni necessari per l’uscita dal carcere, ha chiesto la grazia al presidente della Repubblica, Horst Köhler. Quindi non si tratta di applicare una norma ma di prendere una decisione politica. La maggioranza dei tedeschi, stando ai sondaggi e ai commenti dei giornali, è favorevole a voltare pagina, a chiudere definitivamente uno dei periodi più nefasti della storia postbellica. Ma a certe condizioni. Vorrebbe che la libertà restituita alla Mohnhaupt e l’eventuale grazia a Klar fossero accompagnate da parole di pentimento, da scuse ai familiari delle vittime e soprattutto da una presa di distanza dai crimini di un tempo. Ma per il momento queste parole non sono state pronunciate. «Nessuno ci ha chiesto scusa», ha detto il figlio di Schleyer. «Non sono contro la grazia, lo Stato deve essere generoso, non vendicativo ma quando vedo che la Mohnhaupt uscirà senza parole di pentimento penso ai trenta poliziotti uccisi dalla Raf e provo grande amarezza», ha commentato Konrad Freiberg, capo del sindacato della polizia. Tra le voci nettamente contrarie quella del ministro dell’Interno della Baviera, Gerd Beckstein. «La clemenza diventa debolezza quando è applicata nei confronti di chi non si pente in maniera chiara. Spero che non verrà il giorno in cui dovrò vedere la Mohnhaupt in un talkshow alla tv».