Ma in Germania si può licenziare chi non produce

Il Tribunale federale del lavoro: il dipendente che rende un terzo in meno dei colleghi va allontanato

Metodo, preparazione, operosità. Un tempo, almeno. Il mito del lavoratore tedesco, orgoglio di Germania, si è un po’ appannato negli anni. «Mansionari» e burocrazia hanno saldamente preso il sopravvento in uffici e fabbriche dalle Alpi al Mare del Nord. Ora però le cose potrebbero cambiare. Merito dei tribunali, che sembrano aver riscoperto merito ed etica del lavoro. La sentenza che in molti considerano una svolta è di poche settimane fa ed è stata pronunciata dal Tribunale federale del lavoro, una sorta di Corte di Cassazione in tema di conflitti sindacali. Il principio enunciato suona quasi rivoluzionario: chi lavora male, o non lavora affatto, non merita lo stipendio.
La decisione dei magistrati parte dalla denuncia di una casa di spedizioni. La società aveva licenziato un dipendente che commetteva il triplo degli errori dei suoi colleghi. Una prima lettera di ammonizione non aveva avuto effetto. Una seconda nemmeno. Da anni la percentuale di sbagli del dipendente nel mirino rimaneva costante. Sempre drammaticamente più alta di quella dei suoi compagni di lavoro. Alla fine la società aveva deciso di passare ad estremi rimedi.
Decisione del tutto giustificata, ha sentenziato il Tribunale federale del lavoro. Le aziende non fanno beneficenza: se la prestazione di lavoro di un dipendente si mantiene per lunghi periodi di tempo inferiore di almeno un terzo rispetto a quella fornita dagli altri lavoratori il licenziamento è giustificato.
C’è qualche condizione da tenere presente, ha avvertito il Tribunale. Una tra tutte: il gruppo di lavoratori preso come paragone deve essere omogeneo. Non si può, per esempio, paragonare la forza fisica di un sessantenne con quella di colleghi ventenni. Detto questo, la regola è stabilita. E nelle aziende tedesche si prepara l’addio a fannulloni e perditempo.