Geronzi e Arpe condannati nel processo Ciappazzi

Il Tribunale di Parma ha condannato a una pena di 5 anni per i reati di bancarotta fraudolenta e usura l’ex presidente di Capitalia, Mediobanca e Generali, Cesare Geronzi, nell’ambito del processo Ciappazzi, nato da un filone d’indagine del crac Parmalat.
Condannato a tre anni e 7 mesi per il reato di bancarotta anche l’ex ad del gruppo romano, Matteo Arpe che, a un mese dal tentativo fallito di salire al vertice di Bpm, ha dovuto subire per la prima volta anche la sentenza di colpevolezza di un tribunale. Altri sei dirigenti del gruppo Capitalia sono stati condannati con pene fino a quattro per bancarotta. A tutti è stata comminata l’interdizione da incarichi dirigenziali per dieci anni e dai pubblici uffici per cinque anni. Il risarcimento delle parti civili (obbligazionisti e azionisti Parmalat) sarà quantificato da un giudizio civile a cui parteciperà anche Unicredit (in cui Capitalia si è fusa nel 2007) .
I giudici hanno accolto la tesi dei pm secondo cui, nel 2002, Capitalia avrebbe imposto alla sofferente Parmalat l’acquisto delle acque minerali Ciappazzi dal gruppo Ciarrapico per una cifra superiore al loro effettivo valore, allo scopo di ridurre l’esposizione della banca nei confronti dell’imprenditore laziale. E, contestualmente, assicurare a Parmatour, controllata del gruppo di Calisto Tanzi, un finanziamento di 50 milioni a tasso usurario.
Arpe è stato però assolto dall’accusa di bancarotta fraudolenta concernente la cessione di Ciappazzi. «La sentenza riconosce la mia estraneità e, dunque, mi assolve», ha commentato il numero del Fondo Sator, ricordando che di essersi opposto al «finanziamento a Parmatour, deliberato in mia assenza» e preannunciando ricorso in appello contro una «decisione paradossale».
Sentenza «ingiusta» anche per il difensore di Geronzi, Ennio Amodio: «Non è stata acquisita alcuna prova della partecipazione di Geronzi alla cessione di Ciappazzi e al finanziamento di Parmatour».