Gerusalemme accusa il governo di New Delhi: la strage nel centro Chabad poteva essere evitata

Ora è Shabbat e Israele consuma nel raccoglimento una rabbia sorda, un risentimento disperato e silenzioso. Tutti sanno che da Mumbai torneranno indietro molti cadaveri. Dalle rovine dello Chabad center alla fine ne sono saltati fuori otto, cinque israeliani e tre con doppia nazionalità. Molti altri sono, probabilmente, ancora sepolti tra i mucchi di cadaveri ancora ammassati nelle sale e nei sotterranei del Taj Mahal e dell’Oberoi. Dal consolato di Mumbai lo confermano: «Molti connazionali - dicono - restano ancora dispersi».
In Israele tutti - dai vertici del governo e dei servizi di sicurezza fino all’ultimo cittadino - rimuginano lo stesso rancoroso dubbio, il dubbio che si potesse fare qualcosa di più, che almeno qualcuno dei connazionali e degli ebrei trucidati nell’inferno della Chabad House potesse esser portato fuori vivo.
I primi ad innescare la polemica sono alcuni ufficiali dei servizi di sicurezza. «Quando si affronta una situazione in cui ci sono degli ostaggi la prima cosa da fare è arrivare sul posto e incominciare a raccogliere informazioni – dichiara al Jerusalem Post un funzionario dello Shin Bet, i servizi di sicurezza interni -, in questo caso, invece di assumere il controllo dell’area, le forze indiane si sono buttate all’assalto e hanno incominciato a fronteggiare i terroristi».
L’altro errore, la grande colpa attribuita agli indiani anche dai vertici del governo, è il rifiuto di tutte le richieste di collaborazione avanzate dagli israeliani.
Secondo molte fonti l’India si sarebbe ripetutamente opposta all’invio di un distaccamento di forze speciali capaci di risolvere la situazione con maggiore precisione ed efficacia. A farlo capire è stato lo stesso ministro della Difesa Ehud Barak ricordando di aver offerto al consigliere per la sicurezza nazionale indiana Mayankote Kelath qualsiasi aiuto «che fosse di assistenza umanitaria o professionale».
Le accuse israeliane fanno fremere di rabbia la stampa indiana che in una ventata di orgoglio patriottico risponde difendendo i propri commandos e i servizi sicurezza. «I nostri coraggiosi commandos - scrivono i giornali indiani - hanno rischiato la vita per salvare gli stranieri nelle mani dei terroristi e Israele non ha nulla da rimproverarci perché da Entebbe in poi non ha messo a segno un solo successo nella liberazione di ostaggi».