Gestacci all’Inno: Bossi già prosciolto «Non è un reato»

La Procura di Venezia chiede al Tribunale dei ministri di archiviare il procedimento a carico del Senatùr dopo il comizio di Padova del 20 luglio scorso: «Opinioni personali»

da Milano

Il dito medio di Bossi all’inno di Mameli non può essere considerato un reato. La Procura di Venezia ha dato ragione ai colonnelli leghisti scesi in difesa del loro leader, che durante un comizio lo scorso 20 luglio aveva espresso una sua colorita critica musicale dell’inno italiano, per la quale si ipotizzava il reato di vilipendio (punibile con la reclusione fino a tre anni). La conclusione è contenuta nella richiesta di archiviazione che accompagna l’invio del fascicolo trasmesso al tribunale dei Ministri dal procuratore aggiunto della Repubblica di Venezia, Carlo Mastelloni. Il fascicolo era stato aperto dalla Procura veneziana sulla base di una nota informativa della Digos di Padova, dopo il discorso fatto da Bossi nel corso del congresso a Padova della Liga Veneta-lega Nord.
Mastelloni, insieme al procuratore della Repubblica Vittorio Borraccetti, ha proposto l’archiviazione perché non si tratterebbe di espressioni collegabili all’esercizio delle funzioni ministeriali da parte del leader del Carroccio. Il Procuratore aggiunto si è anche richiamato alla giurisprudenza della Corte di Cassazione in materia. Nel corso dell’intervento a Padova, Bossi aveva alzato il dito medio a proposito di un particolare passaggio dell’Inno, quello in cui si parla della vittoria «schiava di Roma». Quella strofa aveva scatenato l’ira nordista di Bossi: «Non dobbiamo più essere schiavi di Roma. L’Inno dice che “l’Italia è schiava di Roma...”, toh! dico io», era esploso Bossi, con il dito in aria.
L’uscita del leader leghista aveva provocato reazioni sdegnate, anche da parte degli alleati del Pdl (con gli uomini di An in testa), e una serie di denunce da parte di zelanti consiglieri comunali. «A me l’Inno di Mameli non è mai piaciuto - aveva subito chiarito Bossi -, a me piace la Canzone del Piave. Quella è una canzone di popolo, è più vicina alla Marsigliese. Adesso sono tutti pronti a saltar su per una cosa così, detta davanti a una platea calda. Il problema è sul contenuto, non sull’inno in quanto inno d’Italia».
Spetterà ora al tribunale dei ministri valutare la richiesta della Procura di Venezia e decidere se trasmettere gli atti alla Procura di Padova, per un’eventuale prosecuzione del procedimento nei confronti di Bossi come reato comune. Nessun commento dal quartier generale del Carroccio, forse perché ci si aspettava un pronunciamento del genere da parte dei Pm veneziani.
Un caso molto diverso, nell’aspetto giuridico, da quello che vide protagonista lo stesso Bossi più di dieci anni fa, quando in un comizio a Venezia commentò la bandiera italiana esposta al balcone di una casa veneziana («Il tricolore lo uso per pulirmi il c...»). Per quelle parole Bossi è stato condannato nel 2007 in via definitiva per vilipendio alla bandiera, anche se ha poi beneficiato dell’indulto.
Nel caso dell’inno di Mameli, invece, l’uscita di Bossi è da prendere come un’opinione personale, in nessun modo riferibile alla sua carica di ministro della Repubblica - questo in sostanza dicono i magistrati di Venezia -, e pertanto non si configura il cosiddetto reato ministeriale. Lo stesso rilievo che l’ex Guardasigilli leghista Roberto Castelli aveva espresso nel pieno delle polemiche sul gestaccio bossiano. «Fa bene la Procura ad esercitare l’obbligatorietà dell’azione penale, compie il suo dovere - aveva spiegato Castelli -. Ma sono certo che non ravviserà alcun reato perché Bossi ha semplicemente espresso una sua opinione». E il reato d’opinione è stato abolito proprio nella legislatura in cui io leghista ricopriva la carica di ministro della Giustizia. Per l’ultras leghista Mario Borghezio invece alzare il dito medio è «un riflesso pavloviano per i padani quando sentono l’inno d’Italia».